Pubblicato da: luciano de fiore | 19 novembre 2009

Desiderio, corpo, sesso

Dopo il seno e il testo, il sesso. Tra desiderio e sesso c’è rapporto. Anzi, potremmo dire che il desiderio è il sesso. Perché divide e unisce, separa e ricolma, lascia sempre i due amanti nella individualità dei loro corpi per sé presi: ogni corpo resta straniero agli altri corpi, anche quelli desiderati. Fuori dall’estasi dell’amplesso, i corpi restano separati, è il desiderio che tende a fondere momentaneamente ciò che è e permane diviso – dice Nancy. Tanto che il rapporto sessuale – come sostiene Lacan – in senso stretto “non c’è”. Ma come – avverte Nancy – si enuncia che non c’è quel che accade tutti i giorni! Bisogna spiegare: l’enunciato significa che quell’«essere» del «c’è» non è niente di essente, non è qualche cosa di essente. Dunque, il «c’è» stesso del rapporto non è niente di essente. Nel rapporto si dà movimento, scambio: come se non fosse possibile fermare quell’attimo, fotografarlo. La parola “rapporto” rimanda ad un’azione, non ad una sostanza[1]. Per cui, continua Nancy, siamo nel giusto quando nella vita non parliamo di avere rapporti sessuali, ma di fare l’amore, andare a letto, scopare [in francese baiser, che ha una gamma di significati assai più estesa dell’italiano baciare], cioè tutti termini che designano un’azione. Per cui, infine, «il rapporto [sessuale] designa allora specificatamente quel che non è cosa: quel che non è nessuna cosa (nessuna sostanza, nessuna entelecheia), ma quel che (se si può ancora dire “quel che”: “quello”, qui, ha un altro valore che nel caso della cosa) accade tra le cose, da una cosa all’altra»[2].
Pensato così, il rapporto si riapparente con il registro logico-filosofico della relazione in generale. E difatti diciamo che tra due persone c’è (nel senso precisato) una relazione, intrattengono una relazione, mettendo così in evidenza la dinamica, le possibilità attive e narrative del rapporto.
Il rapporto (sessuale) non può essere una terza cosa tra i due – o più di due. Occorre che apra il tra come tale – dice Nancy. Ma quel tra non è niente, è il vuoto. Ed ecco la sua paradossalità: c’è rapporto nella misura in cui non c’è rapporto, in quanto cosa che non è tra le cose. Possiamo quindi intendere il rapporto sessuale come ciò che c’è in quanto non c’è.
Nancy dice: “anche il ‘mio’ corpo è straniero”[3]. Partes extra partes, spiega. Nel senso che ogni corpo è impenetrabile nella propria singolare pluralità. Quindi, «un corpo ‘dentro’ un corpo, ‘ego’ in ‘ego’, non apre nulla: è a contatto con l’aperto che il corpo è già, infinitamente, più che originariamente; è, a contatto con quello, che ha luogo questo attraversare che non penetra, questa mischia senza mescolanza. L’amore è il tocco dell’aperto»[4].


[1] Jean- Luc Nancy (2000), Il “c’è” del rapporto sessuale, SE, Milano 2002, pag. 19.
[2] Ivi, pag. 22.
[3] Jean-Luc Nancy (2008), Indizi sul corpo, Ananke, Torino 2009, pag.111.
[4]
Jean-Luc Nancy (1992), Corpus, Cronopio, Napoli 2007, pag. 26.


Responses

  1. Leggendo “ L’animale morente “ di Philip Roth ho sottolineato un passo che credo essere molto significativo: “ Per quante cose tu sappia, per quante cose tu pensi, per quante cose tu ordisca e trami e architetti, non sei mai al di sopra del sesso. E questo è un gioco assai rischioso. Un uomo non avrebbe i due terzi dei problemi che ha se non continuasse a cercare una donna da scopare. È il sesso a sconvolgere le nostre vite, solitamente ordinate.”
    Credo innanzitutto che questo brano possa largamente confermare l’identità, che alle volte si verifica, fra sesso e desiderio. Per rendersi conto di questo basterebbe sostituire, in queste poche frasi da me riportate, alla parola sesso quella di desiderio. Dopo aver effettuato la sostituzione ci accorgeremmo come il discorso non solo continui ad avere un senso, ma , cosa più rilevante, sia assolutamente valido e reale.
    Si parlava a lezione del sesso, del desiderio, come di un’azione, di un agire.
    Considerato anche il testo di Roth, sono spinta ad affermare che il desiderare in generale non sia solo un’azione, ma la madre di tutte le azioni, di quelle azioni, appunto, rivolte verso l’appagamento di questo o quel desiderio.
    E un’altra cosa che a mio parere andrebbe notata è come queste azioni, figlie del desiderio, si insinuino e si mimetizzino, senza rendercene subito conto, nella nostra vita fino, appunto, a sconvolgerla.

  2. Riporto un articolo dell’ “Unità” dal titolo “Pittura del desiderio,dalla fabbrica al corpo femminile”.

    http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2009&mese=11&file=29BOL57a

    Francesco Santosuosso

  3. Rivedendo tempo fa “L’homme qui aimait les femmes” di François Truffaut (1977), ho notato alcuni spunti e parallelismi che credo pertinenti con le riflessioni che ci siamo posti. Bertrand, il protagonista, è un anacoreta dell’erotismo, per lui “le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”. Sembra che per lui il sesso sia soltanto un supplemento tattile della contemplazione. Non c’è monotonia nei suoi successi galanti, infatti egli ha uno stile. Infaticabile ma selettivo, non inganna sulle intenzioni, si congeda tempestivamente, subisce le sconfitte senza scomporsi, rivela con umorismo il suo lato infantile, in lui colpisce soprattutto l’aria sempre tesa, febbrile, quasi mistica, come di chi è segretamente guidato da una vocazione.
    Il suo è un desiderio impossibile, la donna che lo amò parlò così al suo funerale “Bertrand ha inseguito una impossibile felicità nella vastità, nella moltitudine. Perché abbiamo bisogno di trovare in tante persone ciò che la nostra educazione pretende di farci trovare in una sola”.
    Il protagonista del film sublima le sue avventure nella pagina scritta, l’altro io. Nel libro che scrive si annida un segreto, di cui lui stesso non è consapevole. Se ne accorgerà quando il libro è in fase di stampa, perché qualcuno farà in modo che se ne accorga. E Bertand dirà a se stesso: “Mi rendo conto soltanto adesso che il libro è stato scritto per una donna ben precisa, che non viene neppure nominata.”
    Come in “Cet obscur objet du désire” di Louis Bunuel, qui c’è ancora il “desiderio di desiderio”, come scrisse anche Kojève interpretando Hegel: “il Desiderio che si dirige verso un oggetto
    naturale è umano soltanto nella misura in cui è “mediato” dal Desiderio di un altro che si dirige
    sullo stesso oggetto: è umano desiderare ciò che gli altri desiderano, perché lo desiderano. […] La
    storia umana è la storia dei Desideri desiderati”. Dunque è inevitabile: le persone nascono per desiderare, è nella loro natura, non possono farne a meno. E’ come se non riuscissimo ad accontentarci di ciò che abbiamo, è come se, una volta raggiunto un traguardo, quella vittoria non avesse il sapore che ci saremmo aspettati e torniamo a desiderare dell’altro. Ma cosa cerchiamo? Cosa desideriamo? Credo che se trovassimo la risposta saremmo tutti meno felici.

    Due famose scene di “L’homme qui amait les femmes: http://www.youtube.com/watch?v=ybC88JZMfzg


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