Pubblicato da: luciano de fiore | 1 ottobre 2009

Le stelle sono indispensabili

Lou Salomé

Lou Salomé

Prima annotazione. Nietzsche usa una forma passiva: da chi siamo stati spinti… C’è un soggetto ulteriore rispetto alle nostre volontà; quando ne va del desiderio, la soggettività diretta, consueta non basta a spiegare. Nietzsche è parlato – direbbe Lacan – dal desiderio.
Seconda osservazione. Chi parla, lo fa a partire dal luogo del desiderio, che è qui, su questa terra. Il desiderio ha a che fare con il mondo.
Nietzsche parla però al plurale: cadendo da quali stelle siamo stati… Noi, io e te, entrambi. Cosa ci è successo? Ebbene, siamo stati spinti qui, l’uno incontro all’altra (“sind wir uns einander zugefallen”, è la frase in tedesco). E da chi? Intende forse dal comune amico Paul Rée? No. Appunto dal desiderio. C’è una forza che urge, spinge, inarca le volontà e le indirizza. Una forza che agisce in noi, ma che non padroneggiamo: ne siamo sospinti, piegati. E questa forza agisce in ognuno e ci ha spinti l’uno incontro all’altra. Il desiderio in lei (non di lei) ed il desiderio in lui, non di lui. Il desiderio spinge verso l’altrui desiderio. Il desiderio è anti-economico, è essenzialmente rapporto, procede attraverso progressive diffrazioni. Si è desiderati, e si desidera massimamente il desiderio dell’altro, dove occorre intendere quest’espressione complessa in modi diversi, come vedremo[1].

Sullo stipite del Sacro Speco di San Benedetto a Subiaco è inciso il detto: «Le stelle brillano di più, quanto più fonda è la notte» (Nonnisi ab obscura sidera nocte micant)[2]. Bodei accenna in proposito alla “logica allucinatoria del desiderio”, contrapposta all’”aspro principio di realtà”[3]. Il desiderio sarebbe dunque apparentato comunque ad una logica, secondo l’ispirazione di Ignacio Matte-Blanco, ma sarebbe quella allucinatoria e non quella della veglia. Nell’episodio Nietzsche-Salomé sembra piuttosto il contrario. Il desiderio ispira la riflessione ad un rapporto appassionato con la realtà; mentre la speculazione intellettuale – direbbe Hegel –  rischia di perdersi tra le stelle, il desiderio, appunto, de-sidera, cioè incontra il principio stesso di realtà, sia pure in una dinamica molto complessa, tendenzialmente guidata – vedremo – dalla perversione masochista: in un certo senso, vale per lui la massima lacaniana del “si sta bene nel male”, versione del più celebre “bonheur dans le mal” di Sade[4]. Bene e male, comunque, hanno a che fare con il mondo.

Vi presento ora Nathan Zuckerman, uno dei più noti personaggi ed alter ego di Philip Roth, lo scrittore di cui seguiremo le tracce attraverso alcuni romanzi per disegnare una mappa del desiderio ai nostri tempi. Nathan si affaccia qui dalle pagine di Ho sposato un comunista. È sul terrazzo della propria abitazione nei Berkshires, una regione collinosa dell’entroterra della costa orientale degli Stati Uniti, scenario consueto nell’opera di Roth. La situazione è ideale per guardare di notte il cielo, lontani dalle luci della città. Nathan ha imparato a riconoscere le maggiori costellazioni con l’aiuto dell’inserto “Sky Watch” della domenica del “New York Times” e presto quell’inserto è divenuto la cosa più importante nel giornale, l’unica da conservare. Ha preso così l’abitudine di trascorrere le serate osservando le stelle, prima di andare a letto. Il romanzo si conclude così, secondo un registro elegiaco inconsueto per Philip Roth:
«Né le idee del loro tempo, né le aspettative della nostra specie determinavano il destino: solo l’idrogeno determinava il destino […]. Non esiste tradimento. Non esiste idealismo. Non c’è menzogna. Non vi è coscienza, né la sua mancanza […] Non esistono discriminazione, linciaggi o segregazione razziale, e non sono mai esistiti. Non esiste l’ingiustizia, né la giustizia […]. C’è solo la fornace di Ira [il protagonista maschile del libro] e la fornace di Eve [sua moglie] che ardono a venti miliardi di gradi […]. Quel che si vede dal silenzioso rostro sulla mia montagna in una notte splendidamente chiara come quella notte in cui Murray mi lasciò per sempre […], è quell’universo in cui l’errore non ha corso. Ciò che si vede è l’inconcepibile: il colossale spettacolo della mancanza di antagonismo. Ciò che si vede con i propri occhi è il vasto cervello del tempo, una galassia di fuoco non acceso da mano umana.
Le stelle sono indispensabili»[5].

A chi sono indispensabili? A noi, naturalmente. Il firmamento dischiude a Nathan una visione spinoziana delle cose, per la quale errore ed antagonismo non hanno senso, in cui l’umano e l’antropomorfico sono trascesi, lasciandosi alle spalle ogni immagine di sé incisa nella natura delle cose[6]. Le stelle sono indispensabili nella misura in cui aiutano a relativizzare la nostra condizione, premessa necessaria per un suo pieno apprezzamento. Nathan Zuckerman, personaggio centrale dell’opera di Philip Roth, condivide col suo artefice quest’aspirazione ad un universo in cui si possa legittimamente aspirare – secondo il programma freudiano – ad essere un po’ meno infelici, pur rispondendo alle spinte del desiderio. Allora anche le stelle possono essere di aiuto, se dinnanzi alla loro fornace incandescente impariamo a relativizzare i nostri bruciori, scoprendone la natura imprescindibilmente individuale, soggettiva (come ha insegnato Sartre), ed al contempo la loro portata ultraindividuale, intersoggettiva.


[1] Il rapporto tra Nietzsche e Lou Salomé ha attratto l’attenzione della letteratura e del cinema. Per esempio, Liliana Cavani ha imperniato sulla loro relazione il discutibile e discusso Al di là del bene e del male (1977. Erland Josephson interpretava Nietzsche, Dominique Sanda Lou, Robert Powell Paul Rée e Virna Lisi Elisabeth Nietzsche).
Irvin D. Yalom, professore di psichiatria alla Stanford University, ha scritto invece un romanzo, Le lacrime di Nietzsche (1991, Neri Pozza, Vicenza 2006), sul rapporto (mancato) tra il filosofo tedesco e la psicanalisi. L’innesco è proprio un incontro ambientato nell’ottobre 1882 a Venezia tra Lou Salomé e Joseph Breuer, il grande medico maestro e amico di Freud.

[2] “Lumina si quaeris, Benedicte, quid eligis antra? Quaesiti servant luminis antra nihil. Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem, nonnisi ab oscura sidera nocte micant”..Lo cita anche di recente Remo Bodei in La vita delle cose, Laterza, Bari 2009, pag. 4.

[3] Remo Bodei, cit., pag.

[4] Vedi Jacques Lacan  (1963), Kant con Sade, in: J. Lacan, Scritti, Einaudi, Torino 2002, vol. II, pag. 765.

[5] Philip Roth (1998), Ho sposato un comunista, trad. it. a cura di Vincenzo Mantovani, Einaudi, Torino 2000, pagg. 304-5.

[6] Si veda l’ultimo capitolo di Ross Posnock, Philip Roth’s Rude Truth. The Art of Immaturity, Princeton University Press, Princeton 2006, pag. 260 e segg.


Responses

  1. Le stelle indispensabili sono quelle da cui cadere per dar corso ai desideri del Qui, del secolo, del mondo. Ma i desideri non ci persuadono anche della possibilità di un’ascesi, una risalita e un ritorno ad esse? Il propellente per tornarvi non è forse l’energia che desiderando si sente scorrere sotto la propria pelle? E’ come un legalissimo doping: chi desidera è animato e scosso, corre più veloce, ha maggior vigore e sente meno la fatica della competizione che è la vita.
    Per questo non solo “a volte”, ma sempre siamo desiderosi del desiderio. Infatti, anche quando sembrerebbe mancarci un desiderio in particolare al quale votarci ed indirizzarci, siamo in realtà già sospinti dal più indispensabile tra questi, vale a dire dal desiderio del desiderio, dal desiderio di averne almeno uno.


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