Pubblicato da: luciano de fiore | 2 gennaio 2013

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 15.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 3 Film Festivals

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Pubblicato da: luciano de fiore | 12 ottobre 2012

Lezioni prossime

Domani, martedì 16 ottobre, terrò lezione in aula I, di 2 ore (15:30 – 17:30).
Vi saprò poi confermarlo per il seguito.
Ho aperto una pagina facebook dedicata a Platone e Freud. Chi vuole entrarvi, mi scriva un messaggio su fb o una mail e lo abilito.

Pubblicato da: luciano de fiore | 9 ottobre 2012

16 giugno 1922: Berggasse 19, Sternwartegasse 71

 Arthur Schnitzler nel 1922

Sigmund Freud nel 1922

Il corso di quest’anno inizia con una passeggiata notturna in una Vienna estiva. Due anziani signori lasciano una casa borghese di una strada appena fuori dal Ring, nel IX distretto, dove abita il più anziano, e s’incamminano parlando verso il Cottage, nel confinante XVIII distretto: tre chilometri e qualcosa, un’ora e passa di fitta conversazione…

Dipartimento di Filosofia, Villa Mirafiori, aula X, ore 15:30.

Le prossime lezioni:
lunedì, aula X, ore 16:30 – 18:30
martedì, aula X, ore 15:30 – 16:30

Pubblicato da: luciano de fiore | 9 ottobre 2012

Philip Roth e il desiderio

Nel 2013, Philip Roth compirà 80 anni. Abbastanza per dedicargli un libro, centrato sulla sua scrittura della dinamica dei desideri. I suoi racconti la mostrano in azione, incarnandola nelle storie individuali dell’uomo post-storico, ambivalente nel suo incedere tra vita e controvita.
Editori Riuniti, 212 pagine, 25 euro. Con un saggio introduttivo di Antonio Monda.

Pubblicato da: luciano de fiore | 5 ottobre 2012

Eros e Thymos tra Platone e Freud

   Proseguendo nella ricerca all’origine dei corsi degli ultimi anni, il corso di questo semestre (2012/2013)  intende esplorare la relazione tra i sentimenti erotici e quelli timotici, a partire dalla rilettura del “Fedro” di Platone e de “L’Io e l’Es” di Freud.
Il corso istituirà un confronto tra la teoria freudiana e la configurazione della psiche platonica. Sullo sfondo, la centralità del desiderio, il ruolo delle pulsioni e le strategie approntate per controllarle o indirizzarle ed i conflitti di una soggettività costituzionalmente esposta al rischio di lacerazioni.

Lezioni:
lunedì 16:30 – 18:30, aula X Villa Mirafiori
martedì 15:30 – 16:30, aula X Villa Mirafiori

Pubblicato da: luciano de fiore | 15 giugno 2012

Desiderio e Politica, politica del desiderio

Villa Mirafiori, 15 giugno 2012

Approfitto dell’occasione per ragionare su una relazione che nel libro (Desiderio e godimento tra psicoanalisi e filosofia, Galaad 2012) abbiamo più volte sfiorato, senza affrontarla: il rapporto tra desiderio e politica.
Tutti sembrano concordi nell’affermare che la Politica è in crisi. Il grado di disaffezione si misurerebbe innanzitutto dalla sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti politici tradizionali, non solo in Italia. I principali motivi della disaffezione, in Italia, sarebbero tre: la corruzione della politica, il suo non offrire punti di riferimento e l’essere appannaggio di politici di professione – come se politici di lungo corso come Winston Churchill, De Gaulle, Gromyko, Roosevelt avessero fatto male il loro dovere. Ma non è questo il punto. La domanda è: davvero la Politica è in crisi?
Il punto riguarda a mio avviso la categoria di mediazione in quanto tale e le sue strutture. È questa la grande sconfitta di questo inizio di secolo: la mediazione. E vorrei sostenere che la sua crisi s’intreccia a quello del desiderio.
Nel successo, tutto da confermare, del Movimento 5 Stelle in Italia e del partito dei Piraten in Germania vi sono almeno due importanti fattori in comune: l’enfasi sulla democrazia diretta e l’utilizzo del web come strumento appunto di democrazia partecipata. La piattaforma liquidfeedback dei Pirati tedeschi (www.piratenpartei.de/mitmachen/arbeitsweise-und-tools/liquid-feedback/), con un costo annuo di 36 euro consente agli attuali 9114 iscritti (pochini, ancora) la partecipazione ad ogni decisione della community/partito, dalle minori alle più complesse e vincolanti. Ovviamente, secondo le regole e le modalità del web: a distanza, a volte in diretta ed altre in differita, in modalità per lo più scritta.
Tuttavia, l’idea di democrazia liquida è pensata dai Piraten come un ibrido tra democrazia diretta e rappresentativa: si giova del maggior numero di approcci diversi per collegare le persone e quindi per favorire la più ampia partecipazione possibile. È interessante che nello stesso sito dei Piraten si dica che questo strumento è “eine Mischform”, un ibrido appunto, tra democrazia diretta e rappresentativa. Viene dichiarato con tutta chiarezza: “Die Piratenpartei Deutschland ist entgegen uninformierter Medienmeinung keine reine Onlinepartei [non siamo un partito online]. Wir nehmen an zahlreichen Veranstaltungen und Diskussionsrunden teil, haben bundesweit Stammtische in fast jeder größeren Stadt, sind bei Demonstrationen und Mahnwachen dabei oder richten diese sogar aus”. Insomma, partecipano della vita politica anche nelle sue forme classiche, associative. D’altra parte Gehlen, la cui lezione ammonisce circa l’improbabilità che si dia soggettivazione se non nella mediazione delle istituzioni, era tedesco.
Perché questa scelta? Il partito Pirata tedesco sembra aver chiaro il limite di un partito soltanto online,capace di esprimere sì potenzialmente l’opinione di tutti, e della maggioranza, all’interno della community, ma non di portare a sintesi poi quell’opinione con quella degli altri gruppi o partiti. Insomma, il terreno della Politica prosegue oltre il web, quando si tratta di confrontare la propria con le opinioni degli altri, di mediare con gli altri “senza vincolo di mandato”, come dice la nostra Costituzione, cioè senza dover farsi immediatamente cinghia di trasmissione degli interessi della propria community . Il che porterebbe ad un’impasse, ad uno stallo ed al semplice prevalere degli interessi dei più forti. (Sembra meno chiaro ai Pirati italiani, cloni meno saggi dei tedeschi, che scrivono sul loro sito: “Togliere il potere agli eletti e darlo in mano alle persone semplici, capaci di partecipare in via digitale o in via capillare agli incontri pirata, è la grande innovazione. Una democrazia veramente orizzontale e meno suscettibile agli interessi di singoli o di gruppi lobbistici”).
Cosa ha a che fare tutto questo col desiderio ed il godimento? L’essenziale. Perché, mentre il godimento sembra caratterizzato essenzialmente dall’immediatezza, il desiderio è di per sé una mediazione tra i propri impulsi e quelli che ci attraversano, per cui nel desiderare possiamo dire di essere desiderati. Per di più, il desiderio comporta una temporalità articolata senza un fuoco fisso, potendosi declinare sull’oggi, sullo ieri -come nell’appuntamento col passato benjaminiano – e, forse soprattutto, sul futuro, grazie al differimento, sua caratteristica.
Con una forzatura, potremmo dire che il godimento sta al desiderio come la democrazia diretta sta a quella rappresentativa. Tanto più l’equivalenza regge, se si nota che questo carattere rappresentativo è davvero costitutivo del desiderio che infatti si nutre di rappresentazioni, e non di oggetti (parziali). L’invito lacaniano a non cedere sul proprio desiderio assume in quest’ottica anche una connotazione politica, oltre che etica: perché il Desiderio è sì nostro, ma in quanto ne partecipiamo (singolarmente e personalmente, responsabilmente), assumendo però come piattaforma del nostro desiderare una catena, un assemblaggio di desideri (per esprimerci con Deleuze, un agencement de désirs). Ogni nostro desiderio è collegato ad altri, è desiderio di altri e non è riconducibile alla sola matrice personale (di qui la polemica, un po’ pretestuosa, dello stesso Deleuze contro la psicoanalisi, a suo avviso protesa a ricondurre il desiderio soltanto ad Uno, all’immagine del Padre).
Riassumo il senso della riflessione fin qui. Non stiamo vivendo una crisi della Politica in quanto tale, tutt’altro: tanto è vero che la maggioranza della gente è critica, pronta a ritirare la fiducia ai partiti che fino a ieri ha votato e che ancora la rappresenta nelle assemblee legislative ai vari livelli, ma insieme è disponibile a lasciarsi coinvolgere in nuove esperienze più “dirette”. È in crisi piuttosto la cultura della mediazione, intesa come intermediazione tra interessi, impulsi, bisogni dell’individuo singolo e quelli collettivi, così come quella del differimento (direi che in parte dipende anche da questo la sfiducia generalizzata nei confronti degli istituti di credito: banche, chiese, partiti). La pretesa di potersi relazionare a sé ed agli altri senza la mediazione sociale di alcun ordine simbolico dipende proprio dall’estremizzazione del processo di destituzione della soggettività dalla potenza ultrasoggettiva del desiderio, a vantaggio di un’estetizzazione mediatica del godimento.
Viene così privilegiato e ritenuto à la page ogni strumento che prometta il cortocircuito personale/pubblico,  saltando la mediazione ed il confronto – tipicamente, il partito politico. Ma, si badi, non il partito politico in sé, in quanto coagulo di un insieme di interessi che per sommatoria si compongano, ma il partito per sé, in quanto rappresentante poi di quelli stessi interessi in un contesto più vasto e articolato. Questo spiega anche il prospettarsi sulla scena delle prossime elezioni di una pletora di liste civiche, presunta espressione diretta di interessi “concreti”: lista degli over65, Guido Bertolaso a capo della formazione «solidale», Vittorio Sgarbi a capo di quella «artistico-scapigliata», Michela Brambilla a capo di quella «animalista e anti-vivisezione», eccetera. Come si vede, è soprattutto la cultura di destra, individualistico-proprietaria, ad esprimere la più parte di queste formazioni. Anche l’infatuazione generalizzata (da sinistra a destra) delle cosiddette primarie può esser letta in questa chiave: che vengono considerate come lo strumento rimesso nelle mani dei cittadini per decidere dei propri leader. Finalmente, si aggiunge, come se tutti costoro che si accalcheranno nelle file ai gazebo avessero fin qui vanamente tentato di far passare le proprie proposte ai più vari livelli: nelle assemblee di quartiere, scolastiche, di partito, sindacali, conoscendo invece sempre e comunque  l’amaro sapore dell’irrisione e della sconfitta. Le primarie possono essere uno strumento di democrazia (forse il più antico), ma sono altrettanto se non più importanti le secondarie, le terziarie: insomma, tutte quelle istanze in cui i rappresentanti eletti dalle primarie dovranno poi negoziare con gli altri rappresentanti eletti, cedendo su parte dei propri interessi a vantaggio degli interessi della maggioranza.
La Politica, quindi, appare far le spese della crisi della cultura della mediazione, ribattezzata con dispregio “cultura del compromesso”, come se questo fosse qualcosa di avvilente e non un elemento caratterizzante l’arte della Politica, da Machiavelli in poi. Come se, occupandosi di cose concrete (l’acqua, le discariche, la scuola) si esorcizzasse il nodulo Reale con cui pure la Politica non può non confrontarsi.
Al soggetto ipermoderno risulta oggi meno indigesta una politica che abbia a che fare con la realtà routinaria, in apparenza più concreta, ed invece in grado, intenzionalmente, di velare la scabrosità del Reale, dell’inciampo, di ciò che ci fa scandalo e ci colpisce, di ciò che risveglierebbe la nostra attenzione e la nostra rabbia, se non fossimo disattenti. Reale che, proprio in quanto fondamentalmente escluso e precluso dalla chiacchiera politica (chiacchiera ovviamente in senso heideggeriano, come discorso dell’inautentico), sembra interpellare invece proprio la dimensione desiderante, e dal luogo da cui chiama il desiderio più intimo del soggetto, cioè dall’inconscio. Se questo è il luogo del soggetto del desiderio, paradossalmente la Politica sembra chiamata – come già l’etica, per Lacan – a darne conto, senza lasciarsi intorpidire dalle estasi per la mancanza di mediazione, per il nuovo, per il giovane, per l’emergenza/nte.
Concludo con una frase di Philip Roth: «M’interessa quello che la gente fa col caos delle proprie vite e come vi fa fronte, ed insieme cosa fa con quelle che avverte come delle limitazioni. Se spinge contro queste limitazioni, finirà nel regno del caos, oppure – spingendo contro quei limiti – finirà nel regno della libertà?»

Pubblicato da: luciano de fiore | 7 giugno 2012

Desiderio e godimento tra filosofia e psicoanalisi

Pubblicato da: luciano de fiore | 30 aprile 2011

“Follia nostra che sei nei cieli!”

Nemeses
In un’intervista del 2008, Roth dice di aver da poco riletto La peste di Camus. Di lì a poco pubblica Nemesis. La novella chiude un insieme di quattro opere – con Everyman (2006), Indignazione (2008), L’umiliazione (2009) – che lo stesso Roth ha chiamato “Nemeses: novelle brevi”.
Ancora una volta, al centro di una narrazione Roth indaga il male nella sua fisicità, nel suo manifestarsi crudele e invalidante. Stavolta però la malattia nasce da un’epidemia: l’origine è condivisa da molti, ma la sua incarnazione è sempre individuale, i drammi di cui si concretizza sono le storie sofferte di singoli individui ed il loro intrecciarsi.
Tra il 1894 ed il 1952 gli Stati Uniti hanno sofferto una serie di epidemie di poliomielite, la peggiore delle quali – nel 1916 – causò seimila morti. Il racconto è ambientato durante l’epidemia di polio che colpì il Paese nell’estate di guerra del 1944, causando 16mila casi. Nelle comunità investite dal male, il diffondersi della polio ha da sempre causato parallele, e non meno gravi, eruzioni di ansia e di rabbia, non tesaurizzata in titoli di solidarietà e compassione, e anzi arsa in falò e pogrom mai appaganti. D’altra parte, già Daniel Defoe aveva descritto la psicopatologia di massa della popolazione durante l’epidemia di peste bubbonica che aveva colpito Londra nel 1665, registrando l’attenzione superstiziosa a segni e sintomi, la vulnerabilità ai sospetti, lo stigma e l’isolamento delle famiglie e dei gruppi sospettati, lo sterminio di intere specie animali subitaneamente aborrite (cani, gatti, maiali), la frammentazione delle città in zone malate e zone sane con il conseguente controllo poliziesco dei loro confini, la fuga dai centri dell’infezione ed il susseguente estendersi del contagio, il crescere della sfiducia di  tutti nei confronti di tutti, fino al collasso del legame sociale.
Nell’alveo tracciato da Defoe e Camus, Roth utilizza l’epidemia per dar conto della tenuta degli individui e delle istituzioni sotto l’attacco di una forza mortale, invisibile ed imperscrutabile. Come nel precedente romanzo, Indignazione, si tratta in fondo dell’elaborazione di un lutto. Il Roth maturo si volta indietro, agli anni della sua infanzia ed adolescenza (già Il complotto contro l’America era ambientato negli anni immediatamente precedenti alla Guerra mondiale e dava conto dell’emergenza di un altro malessere sociale); i suoi antieroi postmoderni sono più interessati alla perdita ed a riaprire le ferite del passato che non a guardare al futuro. In Nemesis, la condizione di appestati si offre semplicemente come una lente, come uno stato potenziato della condizione di essere mortali.
Proprio in questa capacità di volgersi indietro e di rammemorare acutamente un mondo quale era e che però avrebbe potuto esser diverso, sta una delle virtù che fa di Roth – a detta di Asor Rosa –  il più grande narratore vivente: «Il periodo di cui anche qui si parla è questo, simile per tutti, inconfondibile e irripetibile: tragedia e speranza, attesa ed orrore… per i bambini, appunto, prima e più che per chiunque altro, divenuti poi i protagonisti in vario modo, ma ancora poi, nonostante le loro targhe e prosopopee professorali e autoriali, rimasti soprattutto “quei” bambini. Da questa specola autobiografico-critica leggo da anni, stupito e ammirato, Roth»[1].
Eugene “Bucky” Cantor è un insegnante di educazione fisica in una scuola pubblica di Newark. Ha ventitre anni, non è alto ma atletico e proporzionato; è debole di vista, e per questo è stato riformato alla leva. Ha uno spiccato senso del dovere e del proprio ruolo di educatore, ed è abituato a ragionare sulle cose che fa. È ebreo, ma non osservante. Ha una ragazza molto carina, Marcia, insegnante anche lei. Quando inizia il romanzo, Marcia è impegnata sulle colline della Pennsylvania in un campo-scuola, mentre Bucky è a Newark, intento ad organizzare i programmi sportivi dei suoi alunni ed a proteggerli dall’infezione attraverso una vita sana, nonostante l’epidemia si diffonda sempre di più e Marcia lo implori di raggiungerla, lasciando la città. Ma lui resiste a lungo: resiste su questo fronte interno, così come i suoi amici e coetanei stanno resistendo in Normandia e nel Pacifico, rispondendo col proprio impegno e con la propria dedizione a tempi che richiedono uno sforzo eccezionale.
Ma – nota Coetzee[2] – ecco il segreto che dà senso al libro ed al suo titolo: Bucky Cantor è un portatore sano di polio. Ovviamente non lo sa, ma involontariamente sta diffondendo il contagio. E quando un giorno, inspiegabilmente, cederà alle preghiere della ragazza, raggiungendola al campo-scuola, contribuirà alla diffusione dell’epidemia fuori dai confini di Newark, finendo col caderne anch’egli vittima nella sua forma più grave. Sopravviverà, ma segnato nel fisico al punto da non poter lasciar più le grucce per il resto della vita. Più ancora, vivrà l’esser stato colpito dalla polio come una colpa per aver tradito il suo impegno, abbandonando i suoi alunni per raggiungere la sua ragazza.
In uno dei suoi significati originari, si affaccia quindi la nemesi: Bucky era stato troppo fortunato, la sua esistenza sembrava avviata su di un cammino di felicità. Per una giustizia distributiva ultraindividuale, la sua vita doveva ora conoscere anche un rovescio, una ferita. La nemesi consiste proprio nel fatto che un leader come lui nella lotta contro l’epidemia ne diviene senza saperlo un portatore. Chi si batte per sanare, proprio lui è l’untore. Una volta guarito, Marcia non riuscirà più a strapparlo ai suoi sensi di colpa, pur cercando in tutti i modi di convincerlo a non tradire il desiderio più profondo suo e di entrambi, ed a sposarla: «Ti sei sempre considerato colpevole, quando non lo sei. O la colpa è del terribile Dio, oppure è del terribile Bucky Cantor, quando in realtà nessuno dei due è colpevole»[3].
E qui si affaccia il secondo senso classico di Nέμεσις: è l’indignazione, lo sdegno che provano gli dei nel constatare la troppa fortuna di un mortale. Indignation, non a caso il titolo della precedente novella lunga di Roth.
Si può leggere la storia di Bucky Cantor al modo di un coro greco- dice Coetzee. Era un giovane felice ed in salute, aveva un lavoro che lo soddisfaceva, era fidanzato con una bella ragazza, era riuscito ad evitare il servizio militare; quando l’epidemia aveva colpito la città, si era battuto contro di essa con moralità ed efficacia. Fin quando la nemesi non lo aveva colto. E ora guardatelo: «Morale: non fate nulla per emergere dalla folla»[4]. Altrimenti, un dio vi punirà.

Scelte e desiderio
Da antico personaggio tragico, l’ancor giovane Bucky Cantor, segnato nel fisico e distrutto nel morale, sceglie di non vivere, assumendosi una colpa gigantesca e non sua, conferendo alla propria storia il più greve dei significati. Non accettando che potesse essere stato il caso, in quell’assolatissima estate, a colpire così violentemente dei bambini americani senza alcun motivo: «Bucky non riusciva ad accettare che l’epidemia di polio fra i bambini di Weequahic e del campi di Indian Hill fosse stata una tragedia. Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto […] Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa […], Devo dire che, per quanta compassione possa provare per il cumulo di calamità che gli aveva rovinato la vita, non si tratta altro che di stupida hubris, non la hubris della volontà o del desiderio, ma la hubris di un’infantile, irreale [fantastical] interpretazione religiosa»[5].
Chi svolge queste considerazioni? Il narratore della storia, il quale – intorno alla centesima pagina – si affaccia tra le righe e si presenta. Si chiama Arnie Mesnikoff, ed è stato anche un lui un protagonista involontario di quell’assurda estate crudele; ha ammirato e rispettato quel giovane insegnante, magnifico nel lanciare il giavellotto e generoso nel suo spendersi con lui ed i suoi compagni; ha contratto anche lui la polio ed ha trascorso un anno in ospedale. Ma infine  Arnie ha scelto diversamente da Bucky:  «Ho capito che a Weequahic nel 1944 avevo vissuto una tragedia sociale della durata di un’estate che non doveva necessariamente diventare una tragedia personale della durata di una vita»[6].
Meglio quindi chinare il capo e accettare il non senso, consapevoli dei propri limiti. Viceversa, Bucky incarna uno spirito eroico, anti-moderno: «Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all’altezza dell’ideale che nutre dentro di sé. Non si sa mai dove finisce la sua responsabilità. Non accetta i propri limiti perché, gravato da un’austera bontà naturale che gli impedisce di rassegnarsi alle sofferenze degli altri, non riconoscerà mai di avere dei limiti senza sentirsene in colpa. Il più grande trionfo di una persona simile consiste nel risparmiare alla sua amata un marito storpio, e il suo eroismo negare il proprio desiderio più profondo abbandonandola»[7].
Lo schiacciante senso di colpa fa di Bucky Cantor un disertore del desiderio. La sua forza di volontà non si allea al desiderare, ma se ne discoppia, tradendo la sua voglia di vita. Anche se lo fa per amore. Ma di se stesso.
Bucky come Zuckerman? Un altro fantasma che preferisce uscire di scena, ma per un motivo opposto. Il finale di Exit Ghost infatti era segnato dalla dilaniante consapevolezza del protagonista che ormai il suo desiderio trovava soddisfazione più nella sublimazione che nella vita di tutti i giorni: Nathan Zuckerman rispondeva al proprio desiderio scrivendo ed escrivendosi. Bucky Cantor no: preferisce restar fedele al proprio destino, scegliendo di espiare una colpa non commessa. Nel che, però, potrebbe celarsi anche una grandezza, addirittura una qualche epicità. Lo stesso Arnie lo riconosce, pur non condividendo affatto la scelta del suo insegnante di un tempo. Quel che Arnie non è disposto a vedere, o almeno non è disposto a rispettare – nota Coetzee – «è innanzitutto la forza del Perché? di Bucky (questo “maniaco del perché”, lo chiamava) e poi la natura del No! di Bucky, il quale, per quanto testardo, autodenigratore ed assurdo possa essere, nondimeno innalza un ideale di dignità umana dinnanzi al fato, a Nemesi, agli dei, a Dio»[8].
Bucky è il fratello ideale di Marcus Messner, protagonista di Indignazione. Di fronte all’accanirsi della stupidità e del conformismo, anche Marcus aveva scelto, sbattendo il pugno sulla scrivania del decano che gli chiedeva di presentare le scuse, accompagnando il pugno con un sonoro “Vaffanculo”. No, rivendico la mia libertà. Ma quella scelta onesta, per quanto spavalda e americana, avrebbe innescato una serie di avvenimenti tragici, guidati dalla tirannia della contingenza. Se avesse ingoiato il rospo, avrebbe probabilmente rimandato «il momento di imparare ciò che il suo incolto padre aveva tanto cercato di insegnargli: il terribile, incomprensibile modo in cui le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati»[9].


[1] Alberto Asor Rosa, “Nemesi”, la voglia di espiare una colpa mai commessa, in “La Repubblica”, 1 febbraio 2011. A detta di Asor Rosa, «la caratteristica principale e inconfondibile di Roth è che la sua visione del mondo è perfettamente incarnata nelle sue narrazioni, ovvero nel racconto, nella fabula, frutto a sua volta di un’immaginazione creatrice così ricca e inesauribile da apparire davvero stupefacente. Non fuori, o sopra o sotto, ma dentro le sue “storie”, va sempre cercato il senso di quel che dice».

[2] J.M. Coetzee, On the moral brink, “The New York Revue of Books”, 28 ottobre 2010.

[3] Philip Roth (2010), Nemesi, traduzione italiana di Norman Gobetti, Einaudi, Torino 2011, pag. 170.

[4] J.M. Coetzee, On the moral brink, cit.

[5] Ivi, pag. 173. La versione italiana non conserva la parola hubris, preferendo tradurla con superbia. Ma dato l’afflato tragico, proprio in senso greco-antico, di queste pagine, sarebbe stato meglio – a mio avviso – restar fedeli alla scelta rothiana.

[6] Ivi, pag. 175.

[7] Ivi, pag. 179.

[8] J.M. Coetzee, On the moral brink, cit.

[9] Philip Roth (2008), Indignazione, cit., pag. 136.

Pubblicato da: luciano de fiore | 1 aprile 2011

Aprile è il più crudele dei mesi

Oggi è il primo di aprile. Aprile, il più crudele dei mesi – con questo verso famoso Thomas Stearns Eliot apre La terra desolata (1922) [1]. Ma come, aprile non è piuttosto il mese della rinascita dopo il duro inverno, dopo il lungo sonno della natura, il primo mese della primavera?  Perché allora è il più crudele?
Perché – risponde il secondo verso – mescola memoria e desiderio. Che qui stanno per passato e futuro. E così facendo, snida dal paradossale confort dell’inverno, da quella stagione fredda della vita minima che però – scrive Eliot – ci mantiene al caldo, al riparo dal rischio dell’azione, della partenza, del movimento. Con aprile fanno irruzione insieme memoria, cioè tempo, e desiderio.

[1]April is the cruelest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.

Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
a little life with dried tubers”. 

Evidente anche il richiamo al Prologo dei Canterbury Tales di Chaucer: “When in April the sweet showers fall / That pierce March’s drought to the root and all / And bathed every vein / in liquor that has power / To generate therein and sire the flower”.  
   
   

 

 

 


Pubblicato da: luciano de fiore | 28 marzo 2011

Prossimo appuntamento del seminario: 1 aprile

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