Pubblicato da: luciano de fiore | 26 novembre 2009

Il professore di desiderio

Che non è Roland Barthes. Al quale però è stato dedicato un libro proprio con questo titolo[1], il che non stupisce. Nel secondo romanzo del ciclo kepeshiano di Roth, ecco Il professore di desiderio. Il protagonista vive in pieno il desiderare, facendone molte caleidoscopiche esperienze, passando dal desiderio del corpo e dal suo appagamento, al desiderio dell’altro e del suo piacere – del piacere di essere amato e rispettato dall’altro e di amare e rispettarlo -, fino alla riemersione della dimensione più avara di sentimenti e spietata del desiderio puro, il desiderio di desiderare. Nel corso del romanzo, Kepesh apprende che il problema dell’identificazione personale è un problema patetico, non logico.

Da Il lamento di Portnoy è stato tratto un film nel 1972

Roth scrive nel ’77, è appena alla spalle la vicenda della Rivoluzione sessuale occidentale, la comparsa della pillola anticoncezionale ha cambiato sostanzialmente i rapporti tra i ragazzi. Solo otto anni lo separano da The Portnoy’s Complaint [2], il romanzo che gli aveva dato fama e ricchezza, una fortuna commerciale dovuta anche in parte al fatto che, si è detto, si trattava “del libro più zozzo mai stampato fino allora da un editore rispettabile”.
Anche il personaggio David Kepesh è un intellettuale di origine ebraica, “libertino tra gli eruditi, erudito tra i libertini”, professore di letteratura in un college della East Coast. Professore, appunto, di desiderio: nel senso che il suo corso nel romanzo di Roth si chiama proprio così, indagando la presenza del desiderio e della passione in letteratura, da Flaubert a Colette (che scriveva, ricorda Kepesh, di “quei piaceri che con leggerezza si definiscono fisici”).
Il libro trasuda citazioni letterarie: la professione di Kepesh offre a Roth il destro per nominare almeno nel romanzo la maggioranza dei propri autori di riferimento: Sofocle, Dostoevskij, Shakespeare, James Joyce, Maupassant, Mark Twain, Gogol, Henry James, Thomas Mann, Hemingway, Checov, Jean Genet, Kundera, Melville, John Updike, Henry Miller ed i due autori che Roth sente più vicini, Franz Kafka e Saul Bellow … Ci sono praticamente tutte le stelle del firmamento letterario personale dello scrittore di Newark. E tutti hanno scritto del desiderio. 
Per Kepesh  la sua dimensione è centrale, al punto da divenire il perno della vita. Anche se le prime ragazze con cui esce lo supplicano di essere “carino”, David non vuole tenere a freno il proprio desiderio, per un motivo che gli appare evidente: “dal momento che è un desiderio, non dev’essere sminuito o disprezzato”[3]. Al desiderio, lacanianamente, non si può rinunziare. E così, anche il complimento più diretto ad una ragazza (“Hai un culo eccezionale”) suona per lui come la verità, l’unica da dire e a cui credere: “non ti sto prendendo in giro. Ti sto prendendo sul serio come nessuno ti ha mai preso sul serio in vita tua. Hai un culo che è un capolavoro”[4].
D’altra parte, tentazione è la prima parola del romanzo[5] e David, studente al college di Syracuse, fa proprio il detto di Lord Byron, “studious by day, dissolute by night”, collocandolo accanto ad un altro detto di Macauley,”un libertino fra gli eruditi, un erudito fra i libertini”; spiegando anche che le profonde risonanze suscitategli dalla parola sedurre non gli venivano certo dalle riviste porno o dai rotocalchi, ma “dalla tormentata lettura dell’Aut-Aut di Kierkegaard”[6].
Nel romanzo seguiamo la storia di Kepesh da quando è ragazzino, poi attraverso le avventure erotiche in un aggrovigliato ménage à trois con due ragazze svedesi – Elisabeth e Birgitte – nella Londra degli anni Sessanta [7] . Poi ancora attraverso uno sciagurato matrimonio con una femme fatale, l’amour-passion per la bella e dannata Helen, avventuriera internazionale con una passionaccia per l’Estremo Oriente e le sue droghe. Infine, solo apparentemente infine, estratto dalle macerie del divorzio con Helen, si concede la calma esplosiva di un tranquillo ed in superficie soddisfacente rapporto con una bella bionda dagli occhi verdi che lo ama e che riama tranquillamente. Ahi. La quale infatti non sa che tutta la sua grazia, le candele di cui adorna il loro cottage estivo, la sua gentilezza nei confronti dell’anziano padre di lui in visita con un vecchio amico al figlio nella bellissima ultima parte del libro, la sua cultura (anche lei insegna in un college), la sua fedeltà, niente varranno contro i fantasmi (eros, trasgressione, eccessi) che assediano Kepesh, e finiranno per dividerli. Nonostante Rousseau, l’amore coniugale nulla potrebbe dunque contro l’amour-passion, rappresentato nel romanzo dalla prima Helen e dal suo tardivo ritorno. Il che accade quando alla torrida frenesia del rapporto subentra una pacata affezione fisica coniugale. Quando si smarrisce la miscela di tenerezza e ferocia propria degli amanti agli inizi della relazione. Quando «non soccombiamo più al desiderio, e neppure ci tocchiamo dappertutto palpandoci e impastandoci e manipolandoci con quella folle insaziabilità così aliena da quel che altrimenti siamo. È vero, non c’è più in me quel po’ di bruto, non c’è più in lei quel po’ di sgualdrina, né l’uno né l’altra siamo più il pazzo smanioso, la bambina depravata, l’implacabile stupratore, l’inerme impalata. I denti, che una volta erano lame e tenaglie, denti di gattini e cagnolini pronti a infliggere dolore, sono di nuovo solamente denti, e le lingue sono lingue, e le membra membra. Ed è, come tutti sappiamo, così che dev’essere»[8].
Non si può rinunciare al desiderio, ma non si deve soccombere al desiderio. E tuttavia accade. D’ altra parte, come ha scritto recensendo il volume Irene Bignardi, quando uno racconta così la sua nuova romantica love story («Come David Kepesh è finito su una sedia a dondolo in una veranda sulle Catskills Mountains a guardare compiaciuto un’ astemia insegnante venticinquenne… che si aggira carponi per il giardino con una tuta che sembra presa a prestito da Tom Sawyer…») si capisce che la poveretta ha le ore (sentimentalmente) contate. Questa moglie “normale” si chiama Claire, come l’attrice Claire Bloom, a cui il romanzo è dedicato e che all’epoca del libro era la compagna di Roth (poi sua moglie e poi sanguinosamente divorziata da lui, autrice di una biografia in cui racconta gli anni di legame con Philip senza risparmiare particolari). Un intreccio di autobiografia e di dati personali, di sincerità brutale e di ossessioni vere che risulta affascinante, ma anche molto fastidioso per diversi eminenti critici letterari (Michiko Kakutani, Gail Caldwell), profondamente urticante in particolare (sempre secondo Bignardi), se si cade nella suspension of disbelief, nella sospensione dell’incredulità narrativa, per un lettore di sesso femminile, che sente e riconosce nell’esperienza spiattellata da Roth non una fantasia, ma una perturbante esperienza.

Claire Bloom

Roth, di solito, è scrittore che non piace al pubblico femminile. Troppo sessuata la sua penna, troppo diretti i suoi coinvolgimenti: l’accusa di molte donne è quella di “troppismo”. Ma altre donne apprezzano invece proprio questa sincerità nell’esporre senza pudori il  lato maschile della fissazione narcisistica, l’ossessione nevrotica ripetitiva per il sesso dei suoi personaggi.
Così urticante e così forte può risultare l’antipatia di un personaggio difficilmente difendibile, che ci si può addirittura chiedere quale sia la ragione di arrivare fino in fondo alla lettura di un libro come Il fantasma. Una risposta sicura, secondo Bignardi, è: la scrittura. Una scrittura densa, spiritosa, ricca, trascinante, capace di inanellare letteratura e irritanti manie, franchezza imbarazzante e squarci di tenerezza. Roth ci elegge a suoi voyeur. E se mai volessimo rifiutarci all’uomo, cediamo comunque allo scrittore – conclude la Bignardi. Alla quale si accomunano i giudizi lusinghieri di David Lodge e di Mark Shechner.
Nell’eleggerci a suoi voyeurs, però, Roth (qui come in altre mille pagine della sua opera) ci sta dicendo molto di più. Innanzitutto, il sesso – pur riempiendo le sue storie e le pagine dei suoi libri – per lui non è un’ossessione: l’autore Philip Roth mantiene comunque un distacco estetico dalla sua materia. Non è tanto interessato alla sessualità in sé, quanto all’enorme potere di cui quella fa parte, vale a dire la dimensione del ”non-socializzato”, dell’incivile, quella zona o funzione della psiche in cui risiede la capacità di resistere e di rinnovarsi [9].
Inoltre, Roth è disponibile a svelare tutta la problematicità del proprio Ego di scrittore e di intellettuale e tutta la fragilità dei suoi personaggi. È stato loro rimproverato un eccesso di narcisismo, così come al loro autore. Ma è piuttosto il contrario. Le storie narrate da Roth non parlano di Narcisi, i suoi protagonisti ne dimostrano anzi l’impossibilità. Nessun Zuckerman, nessun Kepesh, nessun Mickey Sabbath si acquieta nel proprio ritratto, nessuno si specchia e si riconosce. Tutti, piuttosto, cercano nell’Altro la conferma della propria stessa esistenza, altrimenti e comunque sempre a rischio. Anche in Roth, l’autologia è intrinsecamente eterologia [10]: ogni protagonista, per quanto appaia solo o si consegni deliberatamente alla solitudine, non riesce mai ad essere davvero solo. Come Narciso, mai solo, anche a dispetto di ciò che ci si ostina a vedere nel suo mitologema.
L’opera di Philip Roth potrebbe anzi esser letta alla luce della parabola del narciso assoluto e la si apprezzerà, intrinsecamente, in quanto autologia mancata, cioè etero-logia – come del resto pensa Nancy del racconto stesso di Ovidio.
D’altra parte, la narrativa di Roth è imbastita di doppi: i suoi personaggi sono quasi sempre lontani da sé, sono giochi, sono impersonificazioni di un sé mai compiaciuto. L’animale umano è infatti innanzitutto ingannatore ed ingannato, senza che ciò implichi un giudizio moralistico. Piuttosto, l’inganno deriva da quel destino irrevocabile che è l’errore, “errore, mancata denuncia di un reato, falsità, fantasia, ignoranza, contraffazione e malizia” [11]. Per quanta maestria si applichi alle proprie storie, non c’è inganno però che possa tener testa alla sorpresa del vivere. La vita è molto più complessa delle nostre trame, ed anche quando ci si avventura per le strade della menzogna attraverso costruzioni complicate, si rischia sempre la smentita dai fatti [12].
Le avventure del desiderio, lungo i contorti sentieri dell’erotismo, sono i mezzi attraverso i quali il Sé si divide e si moltiplica [13]. Lo scrittore Philip Roth ne è consapevole almeno quanto alcuni dei suoi personaggi. Anche quando il gioco degli eteronimi si complica per la compresenza, nella stesso storia, di tre Philip Roth (come nel caso di Operazione Shylock), almeno uno dei tre ha consapevolezza della necessità ed al contempo dell’insidia del multiple self, classico ingrediente “facile” della narrativa universale. Per esempio, quando Philip Roth III, diciamo così, si rivolge al personaggio Philip Roth (P. Roth II), invitandolo ad un “rapporto creativo”, a lavorare in tandem come parti della stessa personalità, il personaggio Philip Roth risponde secco: «Senti, io ho già più personalità di quante me ne servano. La tua è di troppo»[14].

Ma qual è la lezione del Professore? Che il desiderio ci desidera oltre il nostro bisogno di quiete e serenità. Che anche quando troviamo convincente e umano il telos espresso nel finale del romanzo dal vecchio amico del padre, quel Mr. Barbatnik sopravvissuto all’olocausto che alla domanda: da giovane, cosa avrebbe voluto diventare nella vita?, risponde pacatamente: “Un essere umano”, non ci acquietiamo. Continua Barbatnik, “una persona capace di conoscere e comprendere la vita, e ciò che è reale, senza crogiolarmi nelle menzogne. È sempre stata questa la mia ambizione, fin da bambino. All’inizio ero come tutti gli altri, un bravo ragazzino che andava alle elementari della scuola ebraica. Ma con le mie sole forze a sedici anni mi sono liberato  di tutta quella roba. Mio padre mi avrebbe ucciso, ma io non volevo assolutamente essere un fanatico. Credere in ciò che non esiste, no, non faceva per me”[15].
Ma l’orizzonte dell’anziano ebreo sopravvissuto all’Olocausto non è lo stesso del giovane Kepesh. Anche allora, quando la vita del Professore è iscritta nei limiti rassicuranti di una felicità domestica, questa si scopre finita: «Non posso dirtelo, non stasera, ma nel giro di un anno la mia passione sarà spenta. Si sta già spegnendo e temo di non poter far nulla per salvarla. E che tu non possa far nulla. Sono intimamente legato – legato a te come a nessun altro! – eppure non riuscirò neanche a sollevare una mano per toccarti… a meno di non ricordare prima a me stesso che devo farlo. Per questa carne sui cui sono innestato e riportato a una qualche padronanza sulla mia vita, sarò privo di desiderio»[16].
Privo di desiderio. E per questo più felice? E perciò meno prigioniero della naturalità e quindi più libero? Meno discosto da sé, più ricompattato e risolto? Non sembra affatto. È una illusione: perché il desiderio non ha oggetto, transita di significante in significante.
È come se Kepesh “facesse due passi avanti ed uno indietro. La sua accettazione dei limiti della felicità personale in un mondo infelice deriva nei toni solo parzialmente dalla dignità e dal pathos di un ‘racconto checkoviano sulla comune afflizione umana’”[17]. Al fondo, non c’è immunizzazione, personale o civile, che tenga: «Il mio desiderio per Miss Claire Ovington – insegnante di scuola privata di Manhattan, altezza un metro e settantacinque, peso sessantadue chili, capelli biondi, occhi grigioverdi, carattere gentile, affettuoso e leale – è misteriosamente scomparso»[18].
Davvero il desiderio per la bella e un pochino algida Miss Claire è scomparso? O piuttosto non siamo di fronte ad una rappresentazione di quel “rapporto” tra amore e desiderio da Nancy messo giustamente in questione? «Le figure chiaramente rivali – che non vuol dire opposte – dell’amore e del desiderio si chiamano fedeltà e fulmine (quello del colpo). Per più di un aspetto, l’una esclude l’altra»[19]. Ma, aggiunge Nancy, possono coesistere, restando comunque eterogenee tra loro. Entrambe sono figure dell’infinito in atto, cioè di quel che chiamiamo eternità. Il desiderio, quindi, non rinasce dopo che la fedeltà ha preso per un periodo il sopravvento. Il desiderio – il fulmine – non si è mai spento, ha coabitato senza folgorare il desiderante insieme all’amore-fedeltà. Ed al termine del romanzo, il fulmine lampeggia di nuovo, lasciando intuire come in David non sia mai tramontata la dinamica del desiderio, quella spinta in grado di orientare le pulsioni al cambiamento ed insieme alla ricorrenza che è incisa nelle sue carni, in quegli anni Settanta nei quali adesso lo lasciamo, per ritrovarlo molti anni dopo, alle prese con gli stessi fantasmi.


[1]  Steven Ungar, Roland Barthes: the Professor of Desire, University of Nebraska Press, 1983.
[2]   Riporto la scheda di presentazione del libro sul sito dell’editore italiano, Il lamento di Portnoy, Einaudi: “Travolto da desideri che ripugnano alla sua coscienza e da una coscienza che ripugna ai suoi desideri, Alex Portnoy ripercorre con l’analista, in un monologo-fiume, la propria vita. A partire dalla famiglia ebraica: il padre, un assicuratore sempre vissuto in funzione della propria stitichezza e la madre, “che radar, quella donna! Mi controllava le addizioni in cerca di errori; i calzini alla ricerca di buchi; le unghie, il collo, ogni piega o grinza del mio corpo alla ricerca di sporcizia”. Quel che ad Alex però interessa più di tutto è il sesso. E dopo un’adolescenza trascorsa chiuso a chiave nel bagno, “a spremersi il pisello nella tazza del gabinetto”, Alex vive una storia dietro l’ altra, sempre con ragazze non ebree, quasi che penetrando loro potesse anche penetrarne l’ambiente sociale: “come se scopando volessi scoprire l’America. Conquistare l’America”. Fino alla storia di sesso travolgente e sfrenato con la “Scimmia” e all’epilogo, come ultima spiaggia, in Israele, dove Alex, totalmente incredulo, si accorge di come lì sia tutto ebraico. “Questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da protagonista di una barzelletta ebraica”. Dal libro è stato tratto un film, ormai molti anni fa, con Karen Black nel ruolo della Scimmia.
[3]  Philip Roth, Il professore di desiderio, Einaudi, Torino 2009, pag. 21.  Il romanzo, con diversa traduzione era stato già pubblicato in italiano da Bompiani.
[4]  Ibidem.
[5]  “La tentazione viene a me per la prima volta nelle sgar­gianti vesti di Herbie Bratasky, intrattenitore, direttore d’orchestra, cantante sentimentale, comico e maestro di cerimonie nell’albergo dei miei genitori in una località tu­ristica montana”. Philip Roth (1977), Il professore di desiderio, cit., pag.
[6]  Ivi, pag. 16.
[7]  “È vero, vero, vero, vero, vero. La passione è smodata, inesauribile e, nella mia esperienza, particolarmente appagante”, si confida il giovane David. “Ripensando a Birgitta, mi sembra, col senno di poi, che fra le altre cose ci aiutassimo, all’età di ventidue anni, a trasformarci in qualcosa di lievemente corrotto, ciascuno lo schiavo e lo schiavista dell’altro, ciascuno il piromane e l’incendiato”. Philip Roth, Il professore di desiderio, cit., pag. 55. Una versione post-sessantottina del classico mènage composito, nel quale per il maschio “c’è il meraviglioso e insondabile amore di Elisabeth e c’è il meraviglioso e insondabile ardimento di Birgitta, e io posso avere quello che preferisco. Ecco, questo sì che è insondabile! La fornace oppure il focolare! Ah, dev’essere questo quel che si intende con le possibilità della giovinezza”. Ivi, pag. 43.
[8]  Philip Roth, Il professore di desiderio, cit., pag. 179.
[9]  Cfr. Ross Posnock, Philip Roth’s Rude Truth. The Art of Immanurity, Princeton University Press, Princeton and Oxford 2008, pag. 18.
[10]  Jean-Luc Nancy (…), Il pensiero sottratto, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pag. 68.
[11]  Philip Roth (1993), Operazione Shylock, Einaudi, Torino 1998, pag. 217.
[12]  Si potrebbe compendiare così la trama di Deception (1990, Inganno, Einaudi, Torino 2006), diario di due adulteri che gestiscono le proprie vite con apparente fermezza, fin quando la malattia fa irruzione nella loro vita.
[13]
  Cfr. Josh Cohen, Roth’s doubles, in: The Cambridge Companion to Philip Roth, a cura di Timothy Parrish, Cambridge University Press, Cambridge 2007, pag. 82 e segg.
[14] Philip Roth (1993), Operazione Shylock, cit., pag. 208. In questo romanzo, Roth (I) scrive di sé II), insidiato da un terzo Philip Roth impostore, che si fa passare appunto per Philip Roth.
[15] Philip Roth, Il professore di desiderio, cit., pag. 229.
[16] Ivi, pag. 232.
[17]  Hermione Lee, Mentors, Doubles and Literary Influences in the Search for Self, in: Philip Roth, a cura di Harold Bloom, Chelsea House Publishers, Broomall 2003, pag. 67.
[18]  Philip Roth, Il professore di desiderio, cit., pag. 233.
[19]  Jean-Luc Nancy (2000), Il «c’è» del rapporto sessuale, SE, Milano 2002, pag. 48.


Responses

  1. Vorrei proporre una riflessione che partendo da un passo de Il professore di desiderio cerca di interrogarsi sul significato di quest’opera e dell’Opera rothiana. Il passo in questione è:

    “Claire è distesa di fianco a dove sono seduto io, e l’ampio profilo del suo corpo si alza e si abbassa a ogni respiro. […] Guardando fisso questa ragazzona […], dico a me stesso: «Claire è abbastanza. Sì, ‘Claire’ e ‘abbastanza’ sono anch’esse un’unica parola».” [pag. 149 ediz. Einaudi]

    Il mio intento è di mettere in relazione questo passo con alcune tematiche emerse nelle scorse lezioni. Abbiamo detto che “il desiderio [come il seno] è insieme mancanza ed eccedenza; si affaccia in questo rapporto tra mancanza ed eccedenza, siamo noi [corsivo mio] quando siamo presi da questa relazione, quando diventiamo questa tensione”. Siamo noi: a mio avviso, nel passo sopracitato è Claire a essere il desiderio, a rappresentare il desiderio in questa sua duplice dimensione. Infatti, “Claire è abbastanza” può a mio avviso essere letto come “Claire è l’Abbastanza”, è la personificazione, l’ipostasi, l’allegoria dell’Abbastanza. E cos’è l’Abbastanza? E’ una dimensione, appunto, intermedia tra la mancanza e l’eccesso, tra il vuoto e il pieno, che Kepesh qui apprezza e contrappone a Birgitta (definita poche righe sopra il “di più”: dunque, in questo caso, il mero eccesso). Vorrei sottolineare il ruolo positivo di questo Abbastanza: Claire non è una persona di cui Kepesh vuole semplicemente accontentarsi. Poche pagine dopo, il protagonista del romanzo afferma che ciò che gli piace (Claire, e la sua vita con lei) è un “niente di che”; ma aggiunge: “Le nazioni si fanno guerra per questo niente di che, e senza di esso le persone avvizziscono e muoiono” [pag 177-178]. A me questo ha ricordato un passo dal celeberrimo Il capolavoro sconosciuto di Balzac: “Cosa manca [dice il vecchio pittore Frenhofer al suo giovane collega Porbus, valutando un suo quadro]? Un nulla, ma quel nulla è tutto [un rien, mais ce rien est tout]; quel non so che il quale è forse l’anima…” [pag. 115 ediz. BUR]. Vorrei usare questo passo come chiave di lettura per il passo che ho tratto dal romanzo di Roth. L’Abbastanza rappresentato da Claire è il ‘niente di che’, il ‘non so che’ che in realtà è tutto, per Kepesh; Claire è in questa dimensione ambigua tra niente e tutto, tra mancanza ed eccesso; Claire rappresenta questa dimensione. Ed è una dimensione positiva.
    Credo che ciò sia congruente con la lettura del finale del romanzo offerta a lezione: abbiamo visto infatti come il desiderio di David per Claire in realtà non scompaia; la dinamica del desiderio non tramonta mai, permea tutta la nostra vita. Ma allora perché David Kepesh si era sentito abbandonato dal desiderio per Claire? Perché quelle parole cariche di inquietudine, nel corso del romanzo ma anche alla fine di esso? Potremmo rispondere: ciò deriva dalla visione della vita di Philip Roth, dalla sua Weltanschauung – che forse è quella che una studentessa di Kepesh attribuisce a Ĉechov: “Nasciamo innocenti, patiamo atroci disillusioni prima di accedere alla saggezza, viviamo nella paura della morte…e a compensare il dolore non abbiamo che frammenti di felicità” [pag. 86] – potremmo anche dire: frammenti di desiderio. Forse per Roth la vita dell’uomo moderno (post-moderno) è questa; nulla da stupirsi, allora, che Kepesh, come ognuno di noi, viva dubbi, inquietudini, paure – paura di affrontare il futuro. Lo abbiamo detto: i personaggi di Roth sono tutt’altro che eroi infallibili – proprio come tutti noi. La vita, sembra volerci dire Roth sulla scorta di tutti i suoi riferimenti intellettuali (Kafka riecheggia spesso nelle sue pagine), è una dimensione patica, da affrontare con tutti i dubbi e le incertezze di un Everyman, di uomini immersi nella contingenza e nel tempo, ed è una dimensione che forse proprio grazie ai desideri – e al Desiderio – è possibile affrontare pensando che vale la pena di farlo.

  2. Mi sento di sostenere un’altra tesi riguardo alle inquietudini che non abbandonano il Kepesh de “Il professore di desiderio”, soprattutto quando la presenza di Claire comincia ad essere per lui “rassicurante”.
    Credo che il protagonista si ritrovi diviso (dividuo) più che mai in quel momento: da una parte c’è la difficoltà derivata dal dover rinunciare ad una visione della vita basata sulla passione smodata, sul desiderio dinamico, sulla natura imprevedibile degli eventi, rischiosa e affascinante allo stesso tempo.
    A questo proposito, Helen coglie – a mio avviso – un’assoluta verità quando gli dice che lui non è “brillante e carino e buono” al pari di Claire e dice: “A loro viene spontaneo, naturale. Tu puoi sforzarti quanto vuoi, ma è diverso.”.
    Non è, perciò, che gli sia precluso uno stile di vita ammirevole e generoso – come in teoria non è precluso a nessuno ovviamente! – ma lui deve sforzarsi per averlo, deve IN PIU’ decidere di essere così (e dunque gli basta una giornata di pioggia, una lettera di Baumgarten o un’altra piccola distrazione per venir meno al suo intento di “essere migliore”!).
    Ciò che, invece, Kepesh SPONTANEAMENTE riesce a fare sappiamo bene che è altro: è l’uomo che di ogni relazione finita continua ad immaginare come sarebbe potuta essere, non per rimpianto, ma perché è l’uomo al quale “tutto sembra possibile” e dunque vorrebbe una vita da vivere per ogni “tutto possibile” che ha solo vissuto per un sempre breve momento. “Solo un intermezzo” che continua a vivere in lui, perché lui vuole assolutamente che sia così.
    E’ l’uomo che si rifiuta di resistere ad uno qualunque dei suoi desideri, perché crede che ognuno abbia il suo valore ed il suo diritto ad essere posto in atto, così come è l’uomo che si vive “da fuori”, da una certa distanza che gli permette di chiedersi se le brutte esperienze davvero stiano accadendo a lui, soffrendole meno e non dovendosi caricare di tutta la loro pesante responsabilità.
    Soprattutto questo gli dà la possibilità di attribuire all’influenza di queste donne i suoi successi o insuccessi – a seconda di come gli conviene in quel particolare momento: smettere di prendere pillole o di frequentare Baumgarten, così come prendersi cura del padre e ricominciare a scrivere sono tutte cose che non necessitavano dell’arrivo nella sua vita di Claire, poteva farle – se avesse voluto farle – anche da solo.
    Farle, invece, dicendo che è grazie a lei soltanto che è riuscito a compierle – chiamando come al solito “il mio destino” anche questa donna – sa che nel caso in cui queste azioni si rivelassero degli errori avrebbe qualcuno diverso da sé da incolpare per ogni conseguenza derivata da queste precedenti scelte (come avevo già sostenuto in un altro intervento, si inserisce un Terzo nella relazione – benedicendolo e nominandolo “destino” – proprio per avere, in caso di necessità, qualcosa da maledire che non sia la nostra stessa volontà).

    Dall’altra parte c’è poi, secondo il mio modesto parere, tutto un altro carattere fondamentale del Desiderio, rintracciabile ancora meglio nell’anziano Kepesh de “L’animale morente”.
    Il protagonista rothiano non si sta affatto accontentando di una passione che non sia rovinosamente e al contempo meravigliosamente estrema come le precedenti (come dice bene il mio collega). Kepesh – uomo profondamente post-storico – è anche un Senza Storia, lo definirei così.
    Comincia ogni nuova relazione come avesse perduto la memoria delle precedenti (questo riesce più semplice proprio grazie a quel suo “distacco” non tanto emotivo, cioè nei confronti degli altri, ma storico, nei confronti dei suoi stessi vissuti). Dico questo perchè credo che il suo ripensare ad una qualche precedente relazione sia solo il mezzo per non proiettarsi nel futuro con la persona che gli sta invece accanto e non un vero rimpianto.
    Incontra, però, Claire che è in questo il suo opposto: lei è in cerca di storicizzazione in ogni momento, con le sue fotografie che memorizzano il presente e con la sua volontà di rendere reale quella vita ancora solo ideale che sta sognando e progettando da tempo (e che – come lei stessa dice – difenderà anche a costo di dover rinunciare a lui, invece già reale e tangibile).
    Seppure all’inizio, a mio avviso, l’accorgersi di far parte della “Storia di Claire” implichi per David Kepesh una certa responsabilità difficile da sostenere, con il passare del tempo il protagonista mi sembra essere soddisfatto di sentire finalmente la “tangibilità” – questa la parola che usa – della sua felicità, di essere ad ogni risveglio rassicurato dal poter toccare con mano una presenza amorevole al suo fianco che perdura nel tempo.

    Quello che sente dunque è di far parte davvero di una storia e stavolta non solo della storia di Claire o di un’altra donna, che continuerà a portarlo con sé nel mondo, ma finalmente si vede immerso nella SUA storia.
    Tuttavia, avendo osservato a lungo, essendo stato spettatore di storie di cui faceva parte ma non era protagonista, ha ora in mano una terribile consapevolezza: le storie finiscono e soprattutto possono finire prima che in esse accada qualcosa che meritava davvero di accadere.
    La sua storia con Claire inizia forse davvero in quel momento. Nel frattempo, però, Kepesh rivede tutta la sua storia a ritroso ed ogni storia, inevitabilmente, ha un rimpianto. Credo che quello più grande si manifesti nella sua angoscia per una morte improvvisa del padre, al quale vorrebbe dimostrare che tutte le sue negligenze passate non impediranno a lui di essere il Kepesh che vorrebbe essere.
    Non sa SE potrà mai essere questo Kepesh “migliore”, è questo il punto: gli serve forse ancora tempo per scoprirlo, ma il padre potrebbe andarsene sempre troppo presto.
    Teme una morte che sarebbe terribile, così come inizia a temere anche la sua.
    Il suo desiderio non è affatto scomparso: ha scoperto che scomparirà, così come un giorno suo padre e anche lui.
    Ecco un altro aspetto del Desiderio: non appena s’affaccia una possibilità concreta, tangibile di raggiungere qualcosa che desideriamo con tutta la nostra volontà, iniziamo a temerne la sua fine ed anche a temere che la nostra fine giunga prima della sua realizzazione.
    Sappiamo che il desiderio vive della tensione provocata dal suo sottrarsi a noi, ma credo provochi in noi anche un fortissimo desiderio di non essere sottratti da questo mondo dove i desideri possono avere corso.

  3. Questa è la prima volta che scrivo un commento su questo blog. Ho voluto prendermi del tempo per assaporare, aldilà della apparente violenza della scrittura di Roth, la profonda dolcezza che essa racchiude in realtà. Vorrei porre l’attenzione su un punto che, secondo la mia modesta impressione, rappresenta una delle tante fiamme intorno alle quali prendono fuoco i romanzi di Philip Roth.
    Dopo aver letto “Il professore di desiderio”, “l’Animale Morente” e la “Macchia Umana”, penso di aver riscontrato in tutti e tre i capolavori, perché non posso definirli altrimenti, un desiderio che va aldilà dell’aspetto sessuale e sensuale sul quale sembra fondarsi la trama che il narratore intende sviluppare. Il desiderio che spinge i protagonisti dei romanzi ad oltrepassare la falsità e l’ipocrisia delle convenzioni sociali, dei cliché comportamentali, dell’abbrutimento del provincialismo borghese riguardo al tema del sesso, è a mio avviso il desiderio di vincere il tempo. La temporalità che noi riscontriamo nei racconti di Roth è una temporalità non spazializzata, in cui il passato, il presente e il futuro non sono parti scisse di una unità, ma si compenetrano continuamente per ovvia necessità dei protagonisti. Una necessità dettata dal desiderio irrefrenabile e involontario di travalicare i confini della mortalità, dell’abbattimento dei sensi, della decadenza del corpo. Leggendo i testi ho notato che i personaggi di questi romanzi sono terrorizzati dalla paura della morte, non perché essa si possa presentare sotto forme inattese e in momenti non premeditati e non stabiliti, ma per il semplice fatto che essa indichi un non-vivere. E i nostri protagonisti sono invece ricchi e a volte ossessionati dal desiderio di vivere.
    E il loro desiderio passa inesorabilmente da un personaggio all’altro, come una malattia, come un virus che si trasmette quando le persone entrano in contatto, specialmente quando questo contatto acquista le forme sinuose del sesso più puro e scarno, scevro da falsi pudori. Il sesso è la via di fuga per rompere il rapporto frustrante , perenne e continuo che ogni essere umano ha con la Morte. Da questo, forse, si spiega il motivo per cui sia nell’Animale morente che nella Macchia umana Roth faccia riferimento ai protagonisti quando questi sono assediati e accecati dal pensiero della non-vita che si avvicina. Da questo probabilmente si spiega perché il sesso, la penetrazione di una donna, quasi sempre più giovane, provochi l’estasi, la sublimazione della passione, l’eccitazione profonda di chi fa dell’atto sessuale l’esorcizzazione della paura della morte. La sessualità, che in questi libri, sembrerebbe proporsi, ad occhi poco attenti e ripiegati nel bigottismo del pudore, perversa e violenta, è invece desiderio pieno e totale di Vita. Il sesso rappresenta per i protagonisti la giovinezza, la possibilità realizzata di sfidare la Morte, di rompere il contatto con il tempo e di abbandonarsi perfettamente e completamente a ciò che la temporalità logora più di quanto non faccia con l’anima, cioè al corpo.
    Ecco perché da questi romanzi emerge così forte il culto del corpo femminile, dai seni prorompenti, perfetti, dai fianchi sinuosi e dalle forme eccitanti. Perché lì, nella libidine di queste immagini e nella perdizione più irrazionale e imprevedibile in esse, risiede la possibilità di essere eternamente vivi.

  4. Sono d’accordo con la prima parte dell’intervento della collega, un po’ meno con la seconda.
    Credo che i personaggi scritti e scritturati per impersonare lo stesso Roth – così come coloro che scrivono oggi la loro storia – non ricerchino nell’atto sessuale in sé un espediente per esorcizzare la paura della morte.
    Certamente molte persone lo cercano nell’atto sessuale quando questo mira, però, alla procreazione, al dare vita ad un altro da sé che dovrebbe assicurargli una trasmigrazione immortale di generazione in generazione. Così come uno scrittore, un musicista, un architetto cercherà allo stesso modo di fare e creare qualcosa, gettandosi nel mondo per parteciparne e per essere ricordato quando non ci sarà più.
    Il Fare, la Creazione, questi sono forse i soli mezzi a nostra disposizione se desideriamo lasciare una traccia, sia che il Creato sia un figlio, un libro o un’idea che poi darà modo ad un altro di creare qualcosa a cui noi non avevamo pensato o che non potevamo proprio nemmeno immaginare.

    Credo debba essere a questo punto sottolineato anche l’ovvio (soprattutto per rendere molto più referenziale ciò che stiamo leggendo!) e cioè che l’atto sessuale in sé si cerca anche e soprattutto per il proprio piacere e perché è il maggior piacere (ovviamente parlo dal punto di vista strettamente fisico) che possiamo condividere con un’altra persona. Troppo ovvio? Eppure ancora non si era detto.
    Credo sia difficile, soprattutto a distanza ormai di molti anni da una rivoluzione culturale e sociale che ha separato l’attività sessuale dall’esclusivo fine procreativo, sostenere che in ogni atto sessuale sia implicato un desiderio di sopravvivenza o sia “complice” la paura della propria finitudine.
    Così come credo che i nostri Kepesh, giovani o meno giovani, sperimentino numerose e variegate esperienze sessuali soprattutto per il puro piacere che ne può derivare: a mio avviso anche questa è un’ottica molto “vitalistica”.
    In più – come è stato detto – le numerose avventure erotiche, ma direi più in generale proprio le molteplici relazioni che vengono vissute dai personaggi rothiani, hanno anche un’altra finalità: la ricerca e la scoperta di sé attraverso gli incontri e gli scontri con gli altri. Il Sé che si divide e si scopre multiplo e sempre in costante mutamento. Multiple self, appunto.

    Nei romanzi che ho letto mi è parso che Roth ogni volta avesse premura di chiarire fin da subito che avrei letto di qualcuno ancora alla ricerca di sé o di qualcuno che aveva compreso solo alla fine chi era davvero e me lo stava per raccontare. Il sesso, perciò, è uno fra i tanti modi con cui i vari Kepesh e Zuckerman si approssimano agli altri (e dunque a loro stessi) e non è neanche l’unico che ci viene descritto.
    Aggiungerei che solo perché ci viene descritto spesso senza censure o solo perché ritorna ripetutamente nei pensieri o nei ricordi di chi viene narrato o si sta narrando, tutto questo non significa affatto che dobbiamo pensare il sesso come la chiave di lettura per tutto.
    Credo, anzi, che Roth – dando alla sfera della sessualità lo spazio, il tempo e soprattutto il linguaggio che ha esattamente nella vita di ciascuno, incensurato e ricorrente come è effettivamente nei nostri pensieri – ci stia invitando a non tralasciare l’influenza che il desiderio sessuale ha nelle nostre vite, ma tuttavia ricordandoci e raccontandoci proprio come siano altri desideri più complessi – tutti assolutamente incarnati ma non solamente carnali – a darci sostentamento e sfinimento.
    Il corpo e UN corpo – sempre lo stesso che si osserva invecchiare, può ammalarsi, può provare estremo piacere – non può fare a meno di portarsi in giro tutti questi desideri e questi a loro volta non possono che essere filtrati anche dal corpo che li contiene. Credo che la penna di Roth sia decisa a cancellare proprio questa linea di confine tra corpo e desiderio, ma anche tra corpo e pensiero, invitandoci a scorgere la contaminazione per la quale all’unisono – sempre entrambi – guariscono da o si ammalano per qualcosa che, in principio, sembra riguardare solo uno di loro.

    • Inviterei tutti a mantener desta sempre la distinzione tra desiderio e pulsione. Salvo smentite, potremmo tener fermo alla differenza registrata da Ars Industrialis che vede nel desiderio sempre una pulsione sublimata. Della dimensione desiderante, insomma, partecipa sempre un’istanza riflessiva, rappresentativa, non necessaria invece a quella pulsionale.
      Ciò è particolarmente evidente nel (non) rapporto sessuale: la pulsione sessuale mira al piacere proprio, individuale (ed ovviamente non deve qui neppure entrare il discorso sulla legittimità di un tal piacere, tanto è scontato), ma il desiderio sessuale sublima quello stesso piacere – se adulto – in un piacere alla seconda, nel piacere del piacere dell’altro. Credo che negli ultimi romanzi di Roth di cui parleremo questo aspetto risulti evidente.


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: