Kojève esordisce così nella Nota: “La scomparsa dell’Uomo alla fine della Storia non è dunque una catastrofe cosmica: il Mondo naturale resta quello che è da tutta l’eternità. E non è nemmeno una catastrofe biologica: l’Uomo resta in vita come animale che è in accordo con la Natura o con l’Essere-dato. Ciò che scompare è l’Uomo propriamente detto, cioè l’azione negatrice del dato e l’Errore, o in generale il Soggetto opposto all’Oggetto. Infatti, la fine del Tempo umano o della Storia, cioè l’annientamento definitivo dell’uomo propriamente detto o dell’Individuo libero e storico, significa molto semplicemente la cessazione dell’Azione nel senso forte del termine. Il che praticamente vuol dire: la scomparsa delle guerre e delle rivoluzioni cruente.”
L’esordio è folgorante. Kojève parla della scomparsa dell’Uomo) alla fine della Storia, e la definisce come qualcosa che “non è dunque una catastrofe”. La Storia è qui intesa come la storia dell’idea di Libertà. La storia dell’auto-riconoscimento dell’umanità. Kojève sta parlando dei movimenti politici e sociali che hanno visto come protagonista l’umanità nel periodo che va dall’antichità alla Rivoluzione Francese. Dunque l’Uomo è l’attore di questa storia, colui che ha agito “storicamente”, ossia cercando il compimento dell’Idea di Libertà, attraverso l’azione politica, eminentemente storica. La fine di queste due realtà, la Storia e l’Uomo, è ciò che Kojève definisce qui “fine della Storia”. È per questo che può parlare di una catastrofe né cosmica né biologica: perché il Mondo e la vita naturale dell’uomo non vengono intaccate da questa fine. Finiscono l’Azione “nel senso forte del termine”, vale a dire intesa come azione storico-politica, e l’Errore, ossia ciò che è dato naturalmente smette di essere inadeguato all’Idea: il mondo storico ha ormai visto realizzato il dispiegamento dell’Idea di Libertà. Per questo il Soggetto non ha più bisogno di opporsi all’Oggetto: Kojève usa le lettere maiuscole per indicare non il mero rapportarsi di ciascuno di noi alle oggettualità che incontriamo nel mondo, ma il rapportarsi del Soggetto storico all’Oggetto del proprio desiderio, vale a dire il riconoscimento. È l’Oggetto-riconoscimento che viene meno, alla fine della Storia. Infatti vengono meno le azioni politiche propriamente storiche: guerre e rivoluzioni cruente.
Kojève, con lo sguardo ironico che lo contraddistingue, sembra quasi dirci che la fine dell’Uomo, inteso come agente storico, non è poi così grave: la post-storia non gronderà sangue come il percorso storico. Vedremo che le cose sono molto più complesse.
Proseguiamo con la lettura di Kojève: “E anche la scomparsa della Filosofia; infatti, l’Uomo, non cambiando più se stesso in maniera essenziale, non ha più ragione di cambiare i principi (veri) che stanno alla base della sua conoscenza del mondo e di sé. Tutto il resto può mantenersi indefinitamente: l’arte, l’amore, il gioco, ecc.; insomma tutto ciò che rende l’Uomo felice.”
Kojève introduce un tema nuovo: cosa accade alla filosofia quando l’Agire storico, la Storia e l’Uomo finiscono? È possibile una filosofia dopo la fine della Storia?
Kojève è convinto di no: hegeliano in questo da parte a parte è convinto che la filosofia sia, per usare la celebre espressione del filosofo di Stoccarda, il proprio tempo storico appreso col pensiero. Terminando il tempo storico non c’è più alcuna necessità di modificare le forme della propria conoscenza. Non c’è più una necessità di continuare a comprendere il Mondo: il Mondo, inteso come risultato umano dell’Agire storico, è finito. Nessuna necessità di comprenderlo ulteriormente. Almeno fin quando non riparta il volano del Tempo, eventualità remota. Nell’attualità, presente eterno, c’è Il Libro, anche questo con la lettera maiuscola, che ha compreso definitivamente il succedersi degli avvenimenti storici, il loro significato e la loro fine. Questo libro è la Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Perciò Kojève ne fa un commentario: perché pensa che in esso sia stato detto Tutto. O almeno tutto ciò che è essenziale per l’uomo storico. Dunque a questo testo potranno solo essere aggiunte note, glosse, commentari, appendici, che descrivano i mutamenti non-più-storici nella post-storia umana. Ma non potrà esservi aggiunto assolutamente niente di Essenziale nel senso dell’interpretazione dell’evoluzione storica. Perché questa evoluzione storica non esiste più, e dunque ogni sua ulteriore interpretazione (la Filosofia) non è più valida. Per questo secondo Kojève non esiste più filosofia (intesa letteralmente come amore del sapere), ma saggezza: Sapere raggiunto. Questo sarà un tema essenziale del pensiero kojèviano successivo a questa nota.
Kojève fa uno strano riferimento alla felicità ed alle arti, all’amore, al gioco. Il riferimento è ambiguo: si parla di Uomo con la “U” maiuscola, eppure quello in questione è un uomo che di maiuscolo non ha proprio più niente: un uomo post-storico da capo a piedi. Cosa si intende qui per felicità? Possono queste passioni, queste azioni (con la “a” rigorosamente minuscola) rendere l’uomo realmente felice? E perché Kojève parla di Uomo con la “U” maiuscola, quindi di un Soggetto storico? Leggiamo l’ultima parte della nota, prima di cercare di rispondere a questi interrogativi.
Conclude Kojève: “Ricordiamo che questo tema hegeliano, tra molti altri, è stato ripreso da Marx. La Storia propriamente detta, in cui gli uomini (le “classi”) lottano tra loro per il riconoscimento e lottano contro la Natura mediante il lavoro, si chiama, in Marx, “Regno della necessità” (Reich der Notwendigkeit); al di là (jenseits) c’è il “Regno della libertà” (Reich der Freiheit), in cui gli uomini (riconoscendosi reciprocamente senza riserve), non lottano più e lavorano il meno possibile (dato che la Natura è stata definitivamente domata, cioè armonizzata con l’Uomo).”
Kojève non fa altro che specificare ulteriormente ciò che abbiamo visto finora. Qui si conclude la nota, redatta nel 1946. Il discorso appare chiaro, se contestualizzato con le giuste premesse. A parte quella frase, criptica, sulla felicità del soggetto post-storico.
Kojève sembra metterci più di vent’anni ad accorgersi di quanto quella frase, stonata, non contestualizzata, sia decisiva, e vada rivista. Ed infatti, a distanza di ventidue anni la nota viene ripresa: lo stesso Kojève, nel 1968, poco prima di morire, in occasione di una ristampa del testo, vi aggiunge una seconda parte, dai caratteri decisivi.
“Il testo di questa Nota è ambiguo, per non dire contraddittorio. Se s’ammette la “scomparsa dell’Uomo alla fine della Storia”, se s’afferma che “l’Uomo resta in vita in quanto animale”, precisando che “ciò che scompare è l’Uomo propriamente detto” non si può dire che “tutto il resto può mantenersi indefinitamente; l’arte, l’amore, il gioco, ecc.”. Se l’Uomo ri-diventa un animale, anche le sue arti, i suoi amori, i suoi giochi, devono ri-diventare puramente “naturali”. Bisognerebbe dunque ammettere che, dopo la fine della Storia, gli uomini costruiranno i loro edifici e le loro opere d’arte come gli uccelli costruiscono i propri nidi e i ragni tessono le proprie tele, eseguiranno concerti musicali alla maniera delle rane e delle cicale, giocheranno come giocano i giovani animali e si daranno all’amore come fanno le bestie adulte. Ma allora non si può dire che tutto questo “rende l’Uomo felice”. Bisognerebbe dire che gli animali post-storici della specie homo sapiens (che vivranno nell’abbondanza e piena sicurezza) saranno contenti in funzione del loro comportamento artistico, erotico e ludico, visto che, per definizione, essi se ne accontenteranno.”
Ora i “conti tornano”. Kojève si rende conto che non si può più affermare un Uomo con la “U” maiuscola nella post-storia, perché questo significherebbe affermare l’esistenza di un soggetto storico che non esiste più. Allora muta la terminologia, e la definizione del soggetto post-storico: non più “Uomo”, ma “animale post-storico della specie homo sapiens”. Per questo soggetto privato delle proprie passioni storiche più alcuna felicità è propriamente data. Nella post-storia non può essere data la felicità. Perché?
Perché la felicità è connessa al desiderio. Ed il desiderio, in quanto desiderio di riconoscimento, è finito con la fine dell’Azione storica. Questo è il punto di vista di Kojève, negli ultimi anni della sua vita. O almeno del Kojève “pubblico”, che scriveva per la pubblicazione. Ma dalle sue carte inedite, si sa che Kojève, prima di morire, rifletteva proprio su questo tema: finito il riconoscimento, finisce anche il desiderio? O il desiderio, in ciò reale factum antropogeno, è così radicato, così tanto proprio dell’essere umano, da resistere persino all’apocalissi dell’Uomo propriamente detto?
Su questo punto il materiale è poco, frammentario e non tradotto in italiano. Lascio aperta la questione a chi desiderasse approfondirla, magari per un lavoro di tesi.
Resta il fatto che in questa nota Kojève parli di fine della felicità: l’essere umano non può essere più propriamente felice, dicevamo. Si accontenterà di essere contento. Soddisfatto del soddisfacimento dei suoi bisogni. Il resto sarà un mero autosvolgimento del surplus di capacità non-biologiche proprie della nostra specie. Faremo cultura come gli animali vivono le proprie “attività sociali”. Anche su questo punto sorgono degli interrogativi. Nella non-biologicità delle attività che vanno al di là del mero autosostentamento non è possibile trovare tracce del desiderio? Possibile che l’arte sia un bisogno del nostro lato biologico? Interrogativi come questo non trovano risposta nel testo kojèviano.
“Ma c’è di più. “l’annientamento definitivo dell’Uomo propriamente detto” significa anche la scomparsa definitiva del Discorso (Logos) umano in senso proprio. Gli animali della specie Homo sapiens reagirebbero con riflessi condizionati a segnali acustici o mimici e così i loro cosiddetti “discorsi” sarebbero simili al presunto “linguaggio” delle api. Ciò che allora scomparirebbe la Filosofia e la ricerca della Saggezza discorsiva, ma anche questa stessa Saggezza. Infatti, non si avrebbe più in questi animali post-storici, “conoscenza [discorsiva] del Mondo e di sé.”
Kojève torna anche sulla figura che assume il Sapere alla fine della Storia. La prospettiva è diversa dalla precedente. Non si parla più qui della fine della Filosofia, e dei filosofi, che lasceranno il posto ai saggi. Si parla di una morte della Saggezza. E non solo della cosiddetta “Saggezza discorsiva”, vale a dire la filosofia. Ma della Saggezza tout court. La conoscenza acquisita, vissuta, incarnata, negli animali post-storici sarebbe ormai un risultato inconsapevole, non più cosciente della sua realizzazione, del suo percorso, della sua Storia. Un sapere raggiunto, dato per scontato … e totalmente inutile. L’ironia somma di una storia che ha perso la lettera maiuscola, di una storia non più storica, ma naturale, sarebbe proprio questa: la perdita della memoria di sé. Gli animali post-storici rideranno, giocheranno, faranno arte, o l’amore. Ma non sapranno più perché sono quello che sono. Non sapranno più di essere un risultato. O forse, mi permetto di interpretare, per adeguare a noi un testo che ormai ha più di quarant’anni, non si interesseranno più a questo. Gli uomini che sono il risultato della Storia, gli uomini che siamo, saranno del tutto privati dalle passioni storiche ed anche dall’interesse per queste, per la loro fenomenologia, per la loro Storia. La post-storia è l’epoca dell’oblio della Storia, consustanziale, coestensiva alla sua fine. La Storia muore nell’oblio di chi vive i suoi risultati. E la perdita della conoscenza del movimento storico, e dell’interesse per questo, è la morte anche della Saggezza, oltre che della Filosofia. Non solo non ci sono più uomini che sono amici della sapienza, ma non ci sono neanche più saggi. Sia la ricerca che la custodia della Storia, del Sapere, sono obliati. Continuiamo ad abitare il gigantesco edificio della Storia, senza saperne l’origine, senza capirne le iscrizioni, senza volerne imparare alcunché.
Le piante della giungla felice della post-storia riavvolgono i pilastri di quello che fu lo sforzo dell’umanità per emanciparsi dal dato naturale, gli uomini continuano a vivere, come scimmie nei templi dei brahamini indiani, architetture nelle foreste, riconquistate dalla Natura a sé.
Qui deve risuonare assolutamente il continuo richiamo che fa Hegel alla memoria interiorizzante, all’Erinnerung: il grande filosofo tedesco sapeva che l’oblio era il più grande pericolo per l’umanità giunta alla fine della fenomenologia del proprio Spirito. E proprio perciò richiamava continuamente l’attenzione sul valore che la memoria, la rammemorazione che comprende ed interiorizza (è forse questa la migliore definizione dell’Aufhebung, termine hegeliano dal significato dirompente) hanno nella vita del filosofo che racconta la Storia e la Filosofia, come di chiunque si voglia mettere coscientemente nella posizione del Sapere (Assoluto).
Kojève continua: “All’epoca in cui redassi la Nota precedente (1946), il ritorno dell’Uomo all’animalità non mi sembrava impensabile come prospettiva futura (del resto, più o meno prossima). Ma, poco dopo (1948), ho compreso che la fine hegelo-marxista della Storia, lungi dall’essere ancora di là da venire, era già un presente. Osservando ciò che succedeva attorno a me e riflettendo su quanto successe nel mondo dopo la battaglia di Jena, ho compreso che Hegel aveva ragione a considerarla la fine della Storia propriamente detta. In e con quella battaglia, l’avanguardia dell’umanità ha virtualmente raggiunto il termine e lo scopo, cioè la fine dell’evoluzione storica dell’Uomo. Ciò che si è prodotto dopo non è stato che un’estensione nello spazio della potenza rivoluzionaria universale attualizzata in Francia da Robespierre-Napoleone. Dal punto di vista autenticamente storico, le due guerre mondiali, col loro seguito di piccole e grandi rivoluzioni, hanno avuto solo l’effetto di allineare, sulle posizioni storiche europee (reali o virtuali) più avanzate, le civiltà arretrate delle province periferiche. Se la sovietizzazione della Russia e la comunistizzazione della Cina sono più e altro che la democratizzazione della Germania imperiale (tramite l’hitlerismo) o l’accesso del Togo all’indipendenza, o addirittura l’autodeterminazione dei papuani, è unicamente perché l’attualizzazione cino-sovietica del bonapartismo robespierriano costringe l’Europa post-napoleonica ad accelerare l’eliminazione dei numerosi postumi più o meno anacronistici, del suo passato pre-rivoluzionario. Comunque, fin d’ora, questo processo d’eliminazione è più avanzato nei prolungamenti nord-americani dell’europa che non nell’Europa stessa.”
Qui Kojève ricapitola il senso della prima parte della nota, quella del 1946, spiegando perché ha sentito il bisogno di attualizzarla. Non ci dice nulla di nuovo, se non che si è reso conto che quella che gli sembrava più che altro una previsione, era invece una realtà in atto.
Ben più sorprendenti le righe successive: “Si può anzi dire, da un certo punto di vista, che gli Stati Uniti hanno già raggiunto lo stadio finale del “comunismo” marxista, visto che, praticamente, tutti i membri di una “società senza classi” possono appropriarsi fin d’ora di tutto ciò che desiderano, senza per questo lavorare più di quanto gli piace. Ora, in parecchi viaggi comparativi compiuti (tra il 1948 e il 1958) negli Stati Uniti e nell’U.R.S.S. mi sono formato l’opinione che, se gli Americani fanno la figura di cino-sovietici arricchiti, è perché i Russi e i Cinesi non sono che degli americani ancora poveri, anche se in via di rapido arricchimento. Sono stato indotto a concluderne che l’American way of life era il genere di vita proprio del periodo post-storico, dal momento che l’attuale presenza degli Stati Uniti nel Mondo prefigura il futuro “eterno presente” dell’umanità tutt’intera. Così, il ritorno dell’Uomo all’animalità appariva non più come una possibilità ancora di là da venire, bensì come una certezza già presente.”
Queste, e quelle immediatamente successive, sono le frasi più interessanti del testo. Kojève si spinge ad un paragone in apparenza paradossale: gli americani come esponenti dell’ultimo stadio del comunismo russo. Come è possibile che il regno del capitalismo trionfante sia anche lontanamente apparentabile alla società comunista sovietica?
Kojève lo spiega con quella che potrebbe quasi sembrare una battuta: il nucleo del sogno americano è quello che ciascuno possa ottenere ciò che desidera, se si impegna a profondere l’impegno (economico) e la fatica (lavorativa) necessarie. Tutti uguali secondo i propri bisogni, tutti equiparati secondo le proprie necessità. In effetti la vicinanza a Marx appare evidente.
Come quasi profetiche appaiono le affermazioni su Russia e Cina: chi, osservando come si sono evolute le due potenze, potrebbe obiettare qualcosa a Kojève, oggi?
L’americanizzazione del mondo è avvenuta, come aveva predetto Kojève. L’American way of life è la vulgata del capitalismo trionfante, il modo di vita propriamente post-storico. Agisce per ondate di imitazione, per diffusione economica, e non per motivi eminentemente Storici. Sarebbe impossibile, d’altronde: siamo nella post-storia. Basta aprire il giornale, accendere la televisione, andare al cinema, comprare un vestito per rendersene conto. Quando sembra che nulla possa essere aggiunto a queste conclusioni ecco Kojève sorprenderci di nuovo, aggiungendo: “In seguito ad un recente viaggio in Giappone (1959) ho cambiato radicalmente opinione su questo punto. Là ho potuto osservare una Società unica nel suo genere, perché è la sola ad aver fatto un’esperienza di vita lunga quasi tre secoli in epoca di “fine della Storia”, cioè in assenza di ogni guerra civile o esterna (in seguito della liquidazione del “feudalesimo” ad opera del plebeo Hideyoshi e all’isolamento artificiale del paese concepito e realizzato dal suo nobile successore Yiyeasu). Ora, l’esistenza dei nobili giapponesi, che smisero di rischiare la vita (anche in duello) senza per questo mettersi a lavorare, fu tutt’altro che animale. La civiltà giapponese “post-storica” ha imboccato vie diametralmente opposte alla via americana. Senza dubbio, in Giappone non c’è più stata Religione, Morale e Politica nel senso “europeo” e “storico” di questi termini. Ma lo Snobismo allo stato puro vi creò delle discipline negatrici del dato “naturale” o “animale” che superarono, per efficacia, di gran lunga quelle che, in Giappone o altrove, nascevano dall’Azione “storica”, cioè dalle Lotte di guerra e rivoluzionarie o dal Lavoro forzato. Certo, i vertici (in nessun luogo eguagliati) dello snobismo specificamente giapponese, che sono il Teatro Nô, la cerimonia del tè e l’arte delle composizioni floreali, furono e restano appannaggio esclusivo delle persone nobili e ricche. Ma, a dispetto delle persistenti ineguaglianze economiche e sociali, tutti i giapponesi, senza eccezione, sono attualmente in grado di vivere in funzione di valori totalmente formalizzati, cioè completamente privi di qualsiasi contenuto “umano”, nel senso di “storico”. Così, al limite, ogni giapponese è, in linea di principio e per puro snobismo, capace di mettere in atto un suicidio perfettamente”gratuito” (potendo la classica spada del samurai essere sostituita da un aereo o da un siluro), che non ha niente a che vedere con il rischio della vita in una Lotta condotta in funzione di valori “storici” dal contenuto sociale o politico. Ciò sembra autorizzare a credere che l’interazione recentemente avviata tra il Giappone e Mondo occidentale sfocerà, in fin dei conti, non in un nuovo imbarbarimento dei giapponesi, bensì in una “giapponizzazione” degli Occidentali (Russi compresi).
Ora, visto che nessun animale può essere snob, ogni periodo post-storico “giapponizzato” sarebbe specificamente umano. ” Kojève, inaspettatamente, chiama dunque in causa il Giappone. E ci dice che lì la post-storia è venuta, ed è venuta da almeno tre secoli. E senza capitalismo, comunismo, americanismo. Qual è dunque il carattere della post-storia giapponese? Kojève risponde: la ritualizzazione del Senso. Un mantenimento delle vestigia esteriori del Senso della Storia, dei riti, delle cerimonie, che, anche in uno stato di perdita dei contenuti dell’Agire propriamente detto, non respingano questo nella totale a-significanza, e nell’oblio. Uno snobismo post-passionale, post-storico nel senso più pieno del termine, ma che mantiene, proprio nel preservarsi della ritualità, le vestigia dell’umano.
L’alternativa kojèviana è tra animali post-storici americani e uomini ritualizzati giapponesi. Tra l’oblio del senso ed il mantenimento della forma di questo Senso, ormai svuotato del suo contenuto. Quella poi della “giapponizzazione” del resto del mondo sembra più che altro una speranza, più che una previsione, malgrado la forma in cui è espressa. Infatti da queste affermazioni risulta abbastanza semplice individuare da che parte stia Kojève, nella scelta tra via giapponese e americana alla post-storia.
Il rito, piuttosto che l’oblio, è la scelta di quel filosofo ancora umanista, che fu, malgrado tutto, Kojève, che annunciò la fine dell’essere Umano propriamente detto. Riportiamo ora le conclusioni di questa importantissima nota kojèviana: “Non ci sarebbe dunque un “annientamento definitivo dell’Uomo propriamente detto” fin tanto che ci saranno animali della specie Homo sapiens che possono fare da supporto “naturale” a ciò che vi è di umano negli uomini. Ma, come dicevo sopra, nella Nota, un “animale che è in accordo con la Natura o con l’Essere dato” è un essere vivente che non ha niente di umano. Per rimanere umano, l’Uomo deve rimanere un “Soggetto opposto all’Oggetto”, anche se scomparissero “l’Azione negatrice del dato e l’Errore”. Ciò significa che, pur parlando ormai in maniera adeguata di tutto quanto gli è dato, l’Uomo post-storico deve continuare a staccare le “forme” dai loro “contenuti”, facendolo non più per tras-formare attivamente questi ultimi, bensì allo scopo di opporre se stesso, come “forma” pura, a sé e agli altri, considerati come “contenuti” qualsiasi.”
Su questo finale di nota hanno dibattuto diversi filosofi contemporanei. Ad esempio Jacques Derrida e Francis Fukuyama. Cerchiamo di riportarne il senso, al di là delle interpretazioni, il più vicino possibile alla lettera del testo kojèviano.
Kojève parla di “animali della specie Homo Sapiens” che devono fare da “supporto naturale” a ciò che vi è di Umano negli uomini. Il contenuto di questa asserzione è da ricondursi al fatto che Kojève, kantianamente, vede la natura umana come duplice: naturale e storica. Prima naturale e poi storica. L’essenza storica della natura umana si aggancia al sostrato naturale, biologico, animale, della specie Sapiens. Il punctum di questa umanità “storica” è la capacità di negare il dato naturale, ossia di fare Storia, di agire storicamente. Anche se tale capacità storica muore, nella post-storia, resta l’uomo nella sua biologia. Per questo non si ha un annientamento totale dell’umanità. Avevamo visto questo fin dalle prime battute della nota del 1946. Ma qui Kojève ci dice di più. Parla della possibilità di non-annientamento “dell’Uomo propriamente detto”. L’espressione fa pensare ad un Soggetto propriamente storico. Ed in effetti è così. L’Uomo può restare tale, con la “U” maiuscola. Anche se l’agire storico è definitivamente tramontato.
Questo a condizione di restare un “Soggetto opposto all’Oggetto”. Cosa intende Kojève con quest’espressione? La frase va chiarita con quelle successive. Si parla del soggetto post-storico come soggetto che parla in maniera adeguata di tutto quanto gli è dato. Dunque è il Saggio, o, perlomeno, un soggetto cosciente del percorso propriamente Storico che lo ha preceduto. Dunque l’oblio della Saggezza ancora non è avvenuto: stiamo parlando di un Soggetto che non si è ancora ri-animalizzato nell’American way of life. Tale soggetto non può operare più alcuna trasformazione: abbiamo visto che, in quanto attore post-storico, l’Agire gli è precluso. Ma può rimanere un Soggetto. Come?
“Staccando le forme dai loro contenuti” per opporre se stesso (in quanto forma) agli altri (intesi come contenuti qualsiasi).
Questa frase andrebbe interpretata da ciascuno autonomamente, nella sua (voluta) difficile plurivocità. Da parte mia cerco di proporre un’interpretazione. Kojève ci parla di una possibilità post-storica di essere ancora, autenticamente, Soggetti, Uomini, nel senso in cui lo furono gli Uomini storici, quelli cui era ancora proprio l’Agire, il trasformare il mondo. Bisogna considerarsi una “forma” e considerare gli altri come “contenuti qualsiasi”. E contrapporsi a questi, costantemente. Alla fine della Storia permangono i Singoli, le storie delle nostre individualità, i microdrammi delle nostre autoreferenzialità. Resta l’isolamento, l’assenza di una Grande Meta, della Storia, dell’Idea. In questo mondo atomizzato, fatto di benessere, di materialità, di consumi resi naturali dal sistema economico, oscillante tra il rito vuoto e l’assenza di senso e della memoria, rimangono solo i rapporti tra Soggetti.
Ma questi rapporti sono rapporti ironici, freddi. Non c’è empatia, non c’è reale partecipazione ai destini degli altri. Noi siamo le Forme, loro i Contenuti, contenuti qualsiasi, per di più.
Rimaniamo Soggetti solo nel rapporto con gli altri. Ma questi altri sembrano non avere volto, essere una mera astuzia della ragione, un espediente della nostra soggettività per rimanere tale. Il mondo post-storico è un mondo di soggettività fredde, di animali-sapiens, o di monaci buddhisti detentori del Vuoto. C’è poco da divertirsi insomma.
Rimane il desiderio, però, che continuerà ad ossessionare Kojève anche dopo queste riflessioni. Per fortuna, il desiderio resta.