Pubblicato da: luciano de fiore | 16 ottobre 2009

Desideri e bisogni

Uno dei rapporti più difficili del desiderio è quello intrattenuto con il piacere ed il godimento. Gilles Deleuze sosteneva la necessità di espungere addirittura il piacere dal campo del desiderio, contro l’opinione di Michel Foucault, per esempio. Vi torneremo, ovviamente. Intanto, notiamo che infrangendo la relazione tra desiderio ed oggetto, e rinunziando anche a quella tra un soggetto puntuale e desiderio, la meccanica tra questo ed il piacere ed il godimento in ogni caso si complica, e non poco.
80451738Cosa ne sia del soggetto, riprendiamo con un’annotazione di Roland Barthes nell’alveo della corrente di chi avversa l’origine del desiderare nella mancanza, rintracciandola semmai nell’opposto di quella: «Il godimento non è ciò che risponde al desiderio (lo soddisfa), ma ciò che lo sorprende, lo eccede, lo svia, lo deriva. Bisogna rivolgersi ai mistici per avere una buona formulazione di ciò che può far deviare un soggetto in questo modo: Ruysbroeck [Jan van Ruusbroec, mistico fiammingo nato nel 1294 e morto nel 1381]: “Chiamo ebbrezza dell’animo questo stato in cui la gioia supera le possibilità che il desiderio aveva intravisto»[1].

Per dar conto dell’eccedenza, Barthes chiama in ballo i mistici. L’ascesi ha certamente a che fare con le questioni di cui ci stiamo occupando, e non solo a contrario.
Ma prima è utile tornare un attimo a quegli anni Settanta del Novecento, nel corso dei quali la riflessione sui nostri temi è stata particolarmente feconda e da dove si origina però uno di quegli equivoci che hanno infiltrato il campo del desiderio, appesantendolo con considerazioni in fondo improprie.

Dagli anni Settanta in qua, l’arte e la cultura non hanno cessato di occuparsi del desiderio. Accanto alle riflessioni dei filosofi, si sono sedimentate nel tempo le musiche di Bob Dylan (l’album Desire è del 1976), dei Tuxedomoon (stesso titolo per il vinile del 1981), fino agli U2 di Desire (1988, in Rattle and Hum, primo hit della band irlandese in testa alle classifiche).

E oggi? In che senso viviamo oggi in una società del desiderio? O forse piuttosto la nostra società occidentale capitalista è da intendersi come il luogo ed il tempo della sua distruzione?[2]
Già negli anni Settanta del Novecento, la Scuola ungherese degli allievi di Lukács (Agnes Heller e colleghi) aveva ragionato da vicino sull’origine dei bisogni, tenendo conto delle riflessioni francofortesi e psicoanalitiche al riguardo e giungendo alla conclusione che i bisogni stessi erano creati socialmente, o come si usava dire, indotti: il capitale riusciva, attraverso i media la scuola le organizzazioni sociali, a suggerire ed imporre bisogni per così dire “falsi”, cioè non vissuti come tali dagli individui prima del loro imporsi grazie al mercato.
Quell’analisi non mi ha mai convinto. Non credo che l’organizzazione sociale riesca ad imporre i bisogni, mente è in grado eccome d’influenzare, ed al limite di dettare, modelli e forme della loro soddisfazione, vale a dire i modi di consumare. Per esempio, la necessità di spostarsi rapidamente all’interno di una città è un bisogno diffuso e – diciamo così – legittimo. Non è detto però che il modo con cui lo si è provato a soddisfare (la diffusione di massa dell’automobile privata) fosse la soluzione unica o ideale. Di fatto, quella è stata la maniera con cui il sistema economico ha scelto di rispondere a quel bisogno, creando le condizioni per una domanda formulata secondo le esigenze del  modello di produzione industriale corrente.
In altre parole, le forme della soddisfazione possono essere indotte, ma difficilmente ciò accade per i bisogni.
Ciò vale a maggior ragione per i desideri. Non si può prescindere certo dall’uso linguistico oltremodo vario del termine, per cui ad esempio si può dire che c’è chi desidera divenire tronista da Maria De Filippi. A ben vedere, il desiderio sotteso a quella “voglia” è più universale, ed è quello di distinguersi, di migliorare il proprio status. Non è detto che ciò debba soddisfarsi attraverso la comparsata televisiva, ma quest’ultima è il traguardo che il sistema della comunicazione italiano attualmente suggerisce, anzi tende ad imporre, a chi nutre aspirazioni di riscatto personale. Credo che politicamente sia più interessante appuntarsi su di una critica delle forme di soddisfazione e di consumo che condannare i bisogni ed i desideri perché “falsi”. Non esistono falsi desideri, mentre esistono eccome desideri che non trovano adeguata soddisfazione, come pure desideri sviati, pervertiti, distorti da logiche extraindividuali. E si danno anche desideri di morte, dalla tentazione paolina del “cupio dissolvi” per trovarsi pienamente in Cristo, fino al suicidio.


[1] Roland Barthes (1975), Barthes di Roland Barthes, Einaudi, Torino 1980, pag. 128.
[2] È l’affermazione iniziale di Ugo Volli, in Figure del desiderio. Corpo, testo, mancanza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002, pag. 7. La distruzione del desiderio. Il narcisismo nell’epoca del consumo di massa è invece il titolo di uno studio di qualche anno fa di Fabio Ciaramelli (Dedalo, Bari 2000).


Responses

  1. Non credo, però, si possa ridurre il desiderio a categoria universale. E’ vero che non esistono falsi desideri, ma non esistono neanche desideri universali a cui ricondurre tutti i piccoli o grandi desideri particolari che incontriamo tutti i giorni.
    Si rischierebbe di sostenere che ogni desiderio rimanda al desiderio generale dello “stare meglio”. Ma desiderio di stare bene con noi stessi o desiderio di stare bene paragonandoci agli altri?

    Piuttosto, credo che il desiderio sia innato e che non possa essere indotto dalla società. La società lo tira soltanto fuori al momento della rappresentazione del mezzo atto a soddisfarlo: l’obiettivo della pubblicità di un profumo, ad esempio, non è tanto quello di generare il desiderio dell’essere profumati, quanto di palesare quel desiderio innato nel consumatore ed utilizzarlo per fargli aquistare quel determinato profumo.

  2. In filosofia, negli ultimi decenni almeno, credo sia arduo di parlare di qualcosa di innato, foss’anche il desiderio. Parlerei piuttosto di desideri profondi, o latenti, in grado di motivare comportamenti ed azioni non riconducibili ipso facto a desideri scoperti, palesi. Penso sia quanto è giusto ritenere dall’Interpretazione dei sogni.

  3. Ritornando al discorso sull induzione dei desideri e dei bisogni mi sorge un dubbio: come il professore diceva, il desiderio di una persona di diventare tronista di maria de filippi è riconducibile ad un desiderio per così dire “latente” che il soggetto ha gia in sé, e la società indica piu o meno prepotentemente il mezzo per soddisfarlo ; il dubbio che sorge è pero se la società stessa con i suoi costumi e i suoi modelli possa creare un ambiente fertile allo sviluppo di determinati tipi di desideri (nell’esempio del tronista creare un ambiente dove il soggetto abbia bisogno di continui riconoscimenti e di continue diversificazioni dagli altri per essere realizzato nei canoni del suddetta società ), per così dire una ” serra di desideri” dove essi vengono praticamente coltivati . Non si potrebbe parlare allora di induzione degli stessi anche in questo caso ?

    • Buona l’immagine di una “serra dei desideri”. Attenzione: il seme ce lo mette l’individuo, poi non siamo soli nel far crescere la pianta.

  4. Davvero fantastica l’immagine di una “serra dei desideri”,inevitabilmente mi fa pensare che oltre che a offrire terreno fertile per essi, debba servire anche a “conservarli”,specialmente nella società post-moderna.
    Una Post-modernità pseudo-pragmatica ,che corre veloce e che lascia invecchiare precocemente i desideri, questo ne rende necessaria la cura ,bisogna infatti “mettere il seme”come dice il professore,ma anche curarne l’irrigazione magari con il sudore di chi “lavora”per realizzarli .
    La serra dei desideri allora potrebbe esser la nostra interiorità,dove ci sono latenti e profondi desideri ma anche new entry , dove le nostre”pulsioni desideranti”potrebbero a questo punto esser il glucosio che tiene verdi i desideri,ma c’è bisogno per innescare la “fotosintesi” ,della luce del sole e quindi che questi desideri siano portati all’esterno per evitare che siano scambiati per sogni.
    Francesco Santosuosso

  5. Qualche anno fa mi sono interessata al pensiero africano per come si è sitematizzato negli anni successivi all’apartheid. Quello che piu’ mi ha colpito è un concetto fondamentale nella riscoperta della cultura africana: l'”ubuntu”. Questa parola ha vari significati tra i quali: “io sono perchè noi siamo” ,”cio’ che è mio è tuo”. Il tratto quasi paradossale per noi della cultura africana, consiste nella realizzazione dell’individuo solo e tanto piu’ questo è parte integrante e attiva della sua comunità, come elemento co-essenziale. L’idea, e dunque il desiderio, di distinguers dai propri vicini e di spiccare rispetto a questi, è inesistente nella tradizione africana. Il desiderio sotteso universale, mi sembra dunque, piu’ che necessariamente quello di distinguersi e di “migliorare” il proprio status, quello di “realizzare” il proprio status, ovvero di tendere alla realizzazione di una corrispondenza tra la propria vita e l’idea che si ha di sè stessi. Questa stessa idea a sua volta sorge da una commistione di caratteri personali ed influenze esterne che formano l’individuo fin dalla nascita.


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