Pubblicato da: luciano de fiore | 30 aprile 2011

“Follia nostra che sei nei cieli!”

Nemeses
In un’intervista del 2008, Roth dice di aver da poco riletto La peste di Camus. Di lì a poco pubblica Nemesis. La novella chiude un insieme di quattro opere – con Everyman (2006), Indignazione (2008), L’umiliazione (2009) – che lo stesso Roth ha chiamato “Nemeses: novelle brevi”.
Ancora una volta, al centro di una narrazione Roth indaga il male nella sua fisicità, nel suo manifestarsi crudele e invalidante. Stavolta però la malattia nasce da un’epidemia: l’origine è condivisa da molti, ma la sua incarnazione è sempre individuale, i drammi di cui si concretizza sono le storie sofferte di singoli individui ed il loro intrecciarsi.
Tra il 1894 ed il 1952 gli Stati Uniti hanno sofferto una serie di epidemie di poliomielite, la peggiore delle quali – nel 1916 – causò seimila morti. Il racconto è ambientato durante l’epidemia di polio che colpì il Paese nell’estate di guerra del 1944, causando 16mila casi. Nelle comunità investite dal male, il diffondersi della polio ha da sempre causato parallele, e non meno gravi, eruzioni di ansia e di rabbia, non tesaurizzata in titoli di solidarietà e compassione, e anzi arsa in falò e pogrom mai appaganti. D’altra parte, già Daniel Defoe aveva descritto la psicopatologia di massa della popolazione durante l’epidemia di peste bubbonica che aveva colpito Londra nel 1665, registrando l’attenzione superstiziosa a segni e sintomi, la vulnerabilità ai sospetti, lo stigma e l’isolamento delle famiglie e dei gruppi sospettati, lo sterminio di intere specie animali subitaneamente aborrite (cani, gatti, maiali), la frammentazione delle città in zone malate e zone sane con il conseguente controllo poliziesco dei loro confini, la fuga dai centri dell’infezione ed il susseguente estendersi del contagio, il crescere della sfiducia di  tutti nei confronti di tutti, fino al collasso del legame sociale.
Nell’alveo tracciato da Defoe e Camus, Roth utilizza l’epidemia per dar conto della tenuta degli individui e delle istituzioni sotto l’attacco di una forza mortale, invisibile ed imperscrutabile. Come nel precedente romanzo, Indignazione, si tratta in fondo dell’elaborazione di un lutto. Il Roth maturo si volta indietro, agli anni della sua infanzia ed adolescenza (già Il complotto contro l’America era ambientato negli anni immediatamente precedenti alla Guerra mondiale e dava conto dell’emergenza di un altro malessere sociale); i suoi antieroi postmoderni sono più interessati alla perdita ed a riaprire le ferite del passato che non a guardare al futuro. In Nemesis, la condizione di appestati si offre semplicemente come una lente, come uno stato potenziato della condizione di essere mortali.
Proprio in questa capacità di volgersi indietro e di rammemorare acutamente un mondo quale era e che però avrebbe potuto esser diverso, sta una delle virtù che fa di Roth – a detta di Asor Rosa –  il più grande narratore vivente: «Il periodo di cui anche qui si parla è questo, simile per tutti, inconfondibile e irripetibile: tragedia e speranza, attesa ed orrore… per i bambini, appunto, prima e più che per chiunque altro, divenuti poi i protagonisti in vario modo, ma ancora poi, nonostante le loro targhe e prosopopee professorali e autoriali, rimasti soprattutto “quei” bambini. Da questa specola autobiografico-critica leggo da anni, stupito e ammirato, Roth»[1].
Eugene “Bucky” Cantor è un insegnante di educazione fisica in una scuola pubblica di Newark. Ha ventitre anni, non è alto ma atletico e proporzionato; è debole di vista, e per questo è stato riformato alla leva. Ha uno spiccato senso del dovere e del proprio ruolo di educatore, ed è abituato a ragionare sulle cose che fa. È ebreo, ma non osservante. Ha una ragazza molto carina, Marcia, insegnante anche lei. Quando inizia il romanzo, Marcia è impegnata sulle colline della Pennsylvania in un campo-scuola, mentre Bucky è a Newark, intento ad organizzare i programmi sportivi dei suoi alunni ed a proteggerli dall’infezione attraverso una vita sana, nonostante l’epidemia si diffonda sempre di più e Marcia lo implori di raggiungerla, lasciando la città. Ma lui resiste a lungo: resiste su questo fronte interno, così come i suoi amici e coetanei stanno resistendo in Normandia e nel Pacifico, rispondendo col proprio impegno e con la propria dedizione a tempi che richiedono uno sforzo eccezionale.
Ma – nota Coetzee[2] – ecco il segreto che dà senso al libro ed al suo titolo: Bucky Cantor è un portatore sano di polio. Ovviamente non lo sa, ma involontariamente sta diffondendo il contagio. E quando un giorno, inspiegabilmente, cederà alle preghiere della ragazza, raggiungendola al campo-scuola, contribuirà alla diffusione dell’epidemia fuori dai confini di Newark, finendo col caderne anch’egli vittima nella sua forma più grave. Sopravviverà, ma segnato nel fisico al punto da non poter lasciar più le grucce per il resto della vita. Più ancora, vivrà l’esser stato colpito dalla polio come una colpa per aver tradito il suo impegno, abbandonando i suoi alunni per raggiungere la sua ragazza.
In uno dei suoi significati originari, si affaccia quindi la nemesi: Bucky era stato troppo fortunato, la sua esistenza sembrava avviata su di un cammino di felicità. Per una giustizia distributiva ultraindividuale, la sua vita doveva ora conoscere anche un rovescio, una ferita. La nemesi consiste proprio nel fatto che un leader come lui nella lotta contro l’epidemia ne diviene senza saperlo un portatore. Chi si batte per sanare, proprio lui è l’untore. Una volta guarito, Marcia non riuscirà più a strapparlo ai suoi sensi di colpa, pur cercando in tutti i modi di convincerlo a non tradire il desiderio più profondo suo e di entrambi, ed a sposarla: «Ti sei sempre considerato colpevole, quando non lo sei. O la colpa è del terribile Dio, oppure è del terribile Bucky Cantor, quando in realtà nessuno dei due è colpevole»[3].
E qui si affaccia il secondo senso classico di Nέμεσις: è l’indignazione, lo sdegno che provano gli dei nel constatare la troppa fortuna di un mortale. Indignation, non a caso il titolo della precedente novella lunga di Roth.
Si può leggere la storia di Bucky Cantor al modo di un coro greco- dice Coetzee. Era un giovane felice ed in salute, aveva un lavoro che lo soddisfaceva, era fidanzato con una bella ragazza, era riuscito ad evitare il servizio militare; quando l’epidemia aveva colpito la città, si era battuto contro di essa con moralità ed efficacia. Fin quando la nemesi non lo aveva colto. E ora guardatelo: «Morale: non fate nulla per emergere dalla folla»[4]. Altrimenti, un dio vi punirà.

Scelte e desiderio
Da antico personaggio tragico, l’ancor giovane Bucky Cantor, segnato nel fisico e distrutto nel morale, sceglie di non vivere, assumendosi una colpa gigantesca e non sua, conferendo alla propria storia il più greve dei significati. Non accettando che potesse essere stato il caso, in quell’assolatissima estate, a colpire così violentemente dei bambini americani senza alcun motivo: «Bucky non riusciva ad accettare che l’epidemia di polio fra i bambini di Weequahic e del campi di Indian Hill fosse stata una tragedia. Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto […] Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa […], Devo dire che, per quanta compassione possa provare per il cumulo di calamità che gli aveva rovinato la vita, non si tratta altro che di stupida hubris, non la hubris della volontà o del desiderio, ma la hubris di un’infantile, irreale [fantastical] interpretazione religiosa»[5].
Chi svolge queste considerazioni? Il narratore della storia, il quale – intorno alla centesima pagina – si affaccia tra le righe e si presenta. Si chiama Arnie Mesnikoff, ed è stato anche un lui un protagonista involontario di quell’assurda estate crudele; ha ammirato e rispettato quel giovane insegnante, magnifico nel lanciare il giavellotto e generoso nel suo spendersi con lui ed i suoi compagni; ha contratto anche lui la polio ed ha trascorso un anno in ospedale. Ma infine  Arnie ha scelto diversamente da Bucky:  «Ho capito che a Weequahic nel 1944 avevo vissuto una tragedia sociale della durata di un’estate che non doveva necessariamente diventare una tragedia personale della durata di una vita»[6].
Meglio quindi chinare il capo e accettare il non senso, consapevoli dei propri limiti. Viceversa, Bucky incarna uno spirito eroico, anti-moderno: «Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all’altezza dell’ideale che nutre dentro di sé. Non si sa mai dove finisce la sua responsabilità. Non accetta i propri limiti perché, gravato da un’austera bontà naturale che gli impedisce di rassegnarsi alle sofferenze degli altri, non riconoscerà mai di avere dei limiti senza sentirsene in colpa. Il più grande trionfo di una persona simile consiste nel risparmiare alla sua amata un marito storpio, e il suo eroismo negare il proprio desiderio più profondo abbandonandola»[7].
Lo schiacciante senso di colpa fa di Bucky Cantor un disertore del desiderio. La sua forza di volontà non si allea al desiderare, ma se ne discoppia, tradendo la sua voglia di vita. Anche se lo fa per amore. Ma di se stesso.
Bucky come Zuckerman? Un altro fantasma che preferisce uscire di scena, ma per un motivo opposto. Il finale di Exit Ghost infatti era segnato dalla dilaniante consapevolezza del protagonista che ormai il suo desiderio trovava soddisfazione più nella sublimazione che nella vita di tutti i giorni: Nathan Zuckerman rispondeva al proprio desiderio scrivendo ed escrivendosi. Bucky Cantor no: preferisce restar fedele al proprio destino, scegliendo di espiare una colpa non commessa. Nel che, però, potrebbe celarsi anche una grandezza, addirittura una qualche epicità. Lo stesso Arnie lo riconosce, pur non condividendo affatto la scelta del suo insegnante di un tempo. Quel che Arnie non è disposto a vedere, o almeno non è disposto a rispettare – nota Coetzee – «è innanzitutto la forza del Perché? di Bucky (questo “maniaco del perché”, lo chiamava) e poi la natura del No! di Bucky, il quale, per quanto testardo, autodenigratore ed assurdo possa essere, nondimeno innalza un ideale di dignità umana dinnanzi al fato, a Nemesi, agli dei, a Dio»[8].
Bucky è il fratello ideale di Marcus Messner, protagonista di Indignazione. Di fronte all’accanirsi della stupidità e del conformismo, anche Marcus aveva scelto, sbattendo il pugno sulla scrivania del decano che gli chiedeva di presentare le scuse, accompagnando il pugno con un sonoro “Vaffanculo”. No, rivendico la mia libertà. Ma quella scelta onesta, per quanto spavalda e americana, avrebbe innescato una serie di avvenimenti tragici, guidati dalla tirannia della contingenza. Se avesse ingoiato il rospo, avrebbe probabilmente rimandato «il momento di imparare ciò che il suo incolto padre aveva tanto cercato di insegnargli: il terribile, incomprensibile modo in cui le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati»[9].


[1] Alberto Asor Rosa, “Nemesi”, la voglia di espiare una colpa mai commessa, in “La Repubblica”, 1 febbraio 2011. A detta di Asor Rosa, «la caratteristica principale e inconfondibile di Roth è che la sua visione del mondo è perfettamente incarnata nelle sue narrazioni, ovvero nel racconto, nella fabula, frutto a sua volta di un’immaginazione creatrice così ricca e inesauribile da apparire davvero stupefacente. Non fuori, o sopra o sotto, ma dentro le sue “storie”, va sempre cercato il senso di quel che dice».

[2] J.M. Coetzee, On the moral brink, “The New York Revue of Books”, 28 ottobre 2010.

[3] Philip Roth (2010), Nemesi, traduzione italiana di Norman Gobetti, Einaudi, Torino 2011, pag. 170.

[4] J.M. Coetzee, On the moral brink, cit.

[5] Ivi, pag. 173. La versione italiana non conserva la parola hubris, preferendo tradurla con superbia. Ma dato l’afflato tragico, proprio in senso greco-antico, di queste pagine, sarebbe stato meglio – a mio avviso – restar fedeli alla scelta rothiana.

[6] Ivi, pag. 175.

[7] Ivi, pag. 179.

[8] J.M. Coetzee, On the moral brink, cit.

[9] Philip Roth (2008), Indignazione, cit., pag. 136.


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