Pubblicato da: luciano de fiore | 15 giugno 2012

Desiderio e Politica, politica del desiderio

Villa Mirafiori, 15 giugno 2012

Approfitto dell’occasione per ragionare su una relazione che nel libro (Desiderio e godimento tra psicoanalisi e filosofia, Galaad 2012) abbiamo più volte sfiorato, senza affrontarla: il rapporto tra desiderio e politica.
Tutti sembrano concordi nell’affermare che la Politica è in crisi. Il grado di disaffezione si misurerebbe innanzitutto dalla sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti politici tradizionali, non solo in Italia. I principali motivi della disaffezione, in Italia, sarebbero tre: la corruzione della politica, il suo non offrire punti di riferimento e l’essere appannaggio di politici di professione – come se politici di lungo corso come Winston Churchill, De Gaulle, Gromyko, Roosevelt avessero fatto male il loro dovere. Ma non è questo il punto. La domanda è: davvero la Politica è in crisi?
Il punto riguarda a mio avviso la categoria di mediazione in quanto tale e le sue strutture. È questa la grande sconfitta di questo inizio di secolo: la mediazione. E vorrei sostenere che la sua crisi s’intreccia a quello del desiderio.
Nel successo, tutto da confermare, del Movimento 5 Stelle in Italia e del partito dei Piraten in Germania vi sono almeno due importanti fattori in comune: l’enfasi sulla democrazia diretta e l’utilizzo del web come strumento appunto di democrazia partecipata. La piattaforma liquidfeedback dei Pirati tedeschi (www.piratenpartei.de/mitmachen/arbeitsweise-und-tools/liquid-feedback/), con un costo annuo di 36 euro consente agli attuali 9114 iscritti (pochini, ancora) la partecipazione ad ogni decisione della community/partito, dalle minori alle più complesse e vincolanti. Ovviamente, secondo le regole e le modalità del web: a distanza, a volte in diretta ed altre in differita, in modalità per lo più scritta.
Tuttavia, l’idea di democrazia liquida è pensata dai Piraten come un ibrido tra democrazia diretta e rappresentativa: si giova del maggior numero di approcci diversi per collegare le persone e quindi per favorire la più ampia partecipazione possibile. È interessante che nello stesso sito dei Piraten si dica che questo strumento è “eine Mischform”, un ibrido appunto, tra democrazia diretta e rappresentativa. Viene dichiarato con tutta chiarezza: “Die Piratenpartei Deutschland ist entgegen uninformierter Medienmeinung keine reine Onlinepartei [non siamo un partito online]. Wir nehmen an zahlreichen Veranstaltungen und Diskussionsrunden teil, haben bundesweit Stammtische in fast jeder größeren Stadt, sind bei Demonstrationen und Mahnwachen dabei oder richten diese sogar aus”. Insomma, partecipano della vita politica anche nelle sue forme classiche, associative. D’altra parte Gehlen, la cui lezione ammonisce circa l’improbabilità che si dia soggettivazione se non nella mediazione delle istituzioni, era tedesco.
Perché questa scelta? Il partito Pirata tedesco sembra aver chiaro il limite di un partito soltanto online,capace di esprimere sì potenzialmente l’opinione di tutti, e della maggioranza, all’interno della community, ma non di portare a sintesi poi quell’opinione con quella degli altri gruppi o partiti. Insomma, il terreno della Politica prosegue oltre il web, quando si tratta di confrontare la propria con le opinioni degli altri, di mediare con gli altri “senza vincolo di mandato”, come dice la nostra Costituzione, cioè senza dover farsi immediatamente cinghia di trasmissione degli interessi della propria community . Il che porterebbe ad un’impasse, ad uno stallo ed al semplice prevalere degli interessi dei più forti. (Sembra meno chiaro ai Pirati italiani, cloni meno saggi dei tedeschi, che scrivono sul loro sito: “Togliere il potere agli eletti e darlo in mano alle persone semplici, capaci di partecipare in via digitale o in via capillare agli incontri pirata, è la grande innovazione. Una democrazia veramente orizzontale e meno suscettibile agli interessi di singoli o di gruppi lobbistici”).
Cosa ha a che fare tutto questo col desiderio ed il godimento? L’essenziale. Perché, mentre il godimento sembra caratterizzato essenzialmente dall’immediatezza, il desiderio è di per sé una mediazione tra i propri impulsi e quelli che ci attraversano, per cui nel desiderare possiamo dire di essere desiderati. Per di più, il desiderio comporta una temporalità articolata senza un fuoco fisso, potendosi declinare sull’oggi, sullo ieri -come nell’appuntamento col passato benjaminiano – e, forse soprattutto, sul futuro, grazie al differimento, sua caratteristica.
Con una forzatura, potremmo dire che il godimento sta al desiderio come la democrazia diretta sta a quella rappresentativa. Tanto più l’equivalenza regge, se si nota che questo carattere rappresentativo è davvero costitutivo del desiderio che infatti si nutre di rappresentazioni, e non di oggetti (parziali). L’invito lacaniano a non cedere sul proprio desiderio assume in quest’ottica anche una connotazione politica, oltre che etica: perché il Desiderio è sì nostro, ma in quanto ne partecipiamo (singolarmente e personalmente, responsabilmente), assumendo però come piattaforma del nostro desiderare una catena, un assemblaggio di desideri (per esprimerci con Deleuze, un agencement de désirs). Ogni nostro desiderio è collegato ad altri, è desiderio di altri e non è riconducibile alla sola matrice personale (di qui la polemica, un po’ pretestuosa, dello stesso Deleuze contro la psicoanalisi, a suo avviso protesa a ricondurre il desiderio soltanto ad Uno, all’immagine del Padre).
Riassumo il senso della riflessione fin qui. Non stiamo vivendo una crisi della Politica in quanto tale, tutt’altro: tanto è vero che la maggioranza della gente è critica, pronta a ritirare la fiducia ai partiti che fino a ieri ha votato e che ancora la rappresenta nelle assemblee legislative ai vari livelli, ma insieme è disponibile a lasciarsi coinvolgere in nuove esperienze più “dirette”. È in crisi piuttosto la cultura della mediazione, intesa come intermediazione tra interessi, impulsi, bisogni dell’individuo singolo e quelli collettivi, così come quella del differimento (direi che in parte dipende anche da questo la sfiducia generalizzata nei confronti degli istituti di credito: banche, chiese, partiti). La pretesa di potersi relazionare a sé ed agli altri senza la mediazione sociale di alcun ordine simbolico dipende proprio dall’estremizzazione del processo di destituzione della soggettività dalla potenza ultrasoggettiva del desiderio, a vantaggio di un’estetizzazione mediatica del godimento.
Viene così privilegiato e ritenuto à la page ogni strumento che prometta il cortocircuito personale/pubblico,  saltando la mediazione ed il confronto – tipicamente, il partito politico. Ma, si badi, non il partito politico in sé, in quanto coagulo di un insieme di interessi che per sommatoria si compongano, ma il partito per sé, in quanto rappresentante poi di quelli stessi interessi in un contesto più vasto e articolato. Questo spiega anche il prospettarsi sulla scena delle prossime elezioni di una pletora di liste civiche, presunta espressione diretta di interessi “concreti”: lista degli over65, Guido Bertolaso a capo della formazione «solidale», Vittorio Sgarbi a capo di quella «artistico-scapigliata», Michela Brambilla a capo di quella «animalista e anti-vivisezione», eccetera. Come si vede, è soprattutto la cultura di destra, individualistico-proprietaria, ad esprimere la più parte di queste formazioni. Anche l’infatuazione generalizzata (da sinistra a destra) delle cosiddette primarie può esser letta in questa chiave: che vengono considerate come lo strumento rimesso nelle mani dei cittadini per decidere dei propri leader. Finalmente, si aggiunge, come se tutti costoro che si accalcheranno nelle file ai gazebo avessero fin qui vanamente tentato di far passare le proprie proposte ai più vari livelli: nelle assemblee di quartiere, scolastiche, di partito, sindacali, conoscendo invece sempre e comunque  l’amaro sapore dell’irrisione e della sconfitta. Le primarie possono essere uno strumento di democrazia (forse il più antico), ma sono altrettanto se non più importanti le secondarie, le terziarie: insomma, tutte quelle istanze in cui i rappresentanti eletti dalle primarie dovranno poi negoziare con gli altri rappresentanti eletti, cedendo su parte dei propri interessi a vantaggio degli interessi della maggioranza.
La Politica, quindi, appare far le spese della crisi della cultura della mediazione, ribattezzata con dispregio “cultura del compromesso”, come se questo fosse qualcosa di avvilente e non un elemento caratterizzante l’arte della Politica, da Machiavelli in poi. Come se, occupandosi di cose concrete (l’acqua, le discariche, la scuola) si esorcizzasse il nodulo Reale con cui pure la Politica non può non confrontarsi.
Al soggetto ipermoderno risulta oggi meno indigesta una politica che abbia a che fare con la realtà routinaria, in apparenza più concreta, ed invece in grado, intenzionalmente, di velare la scabrosità del Reale, dell’inciampo, di ciò che ci fa scandalo e ci colpisce, di ciò che risveglierebbe la nostra attenzione e la nostra rabbia, se non fossimo disattenti. Reale che, proprio in quanto fondamentalmente escluso e precluso dalla chiacchiera politica (chiacchiera ovviamente in senso heideggeriano, come discorso dell’inautentico), sembra interpellare invece proprio la dimensione desiderante, e dal luogo da cui chiama il desiderio più intimo del soggetto, cioè dall’inconscio. Se questo è il luogo del soggetto del desiderio, paradossalmente la Politica sembra chiamata – come già l’etica, per Lacan – a darne conto, senza lasciarsi intorpidire dalle estasi per la mancanza di mediazione, per il nuovo, per il giovane, per l’emergenza/nte.
Concludo con una frase di Philip Roth: «M’interessa quello che la gente fa col caos delle proprie vite e come vi fa fronte, ed insieme cosa fa con quelle che avverte come delle limitazioni. Se spinge contro queste limitazioni, finirà nel regno del caos, oppure – spingendo contro quei limiti – finirà nel regno della libertà?»


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