Pubblicato da: luciano de fiore | 10 dicembre 2009

Ogni cosa si nasconde, nulla si cela

Penelope Cruz è Consuela Castillo in Elegy, di Isabel Coixet, tratto dal romanzo di Roth

Un giorno, durante la lezione la sua attenzione è catturata da una studentessa di ventiquattro anni, Consuela Castillo. Potrebbe essere l’ennesima conquista, l’ennesima perla alla collana di conquiste dell’anziano e smaliziato docente. Ma lei è diversa da tutte le altre: «Come entri nell’aula, capisci che questa ragazza la sa più lunga delle altre o a questo aspira. Il modo in cui si veste, per esempio. […] Veste con cura, sobrietà e buon gusto, gonne, abiti e calzoni su misura. Non per desensualizzarsi, ma per professionalizzarsi, veste come l’attraente segretaria di un prestigioso studio legale». Consuela, stranamente, non Consuelo  e Roth non spiega l’inconsueto strano nome della ragazza: forse non sceglie il più comune Consuelo perché in spagnolo significa “consolo”, mentre – vedremo – la giovane non consola affatto. È cubana, ha capelli nerissimi e lustri.  La descrizione, e siamo solo alla seconda pagina, si arricchisce adesso di un’annotazione decisiva, che non è da intendersi come un particolare: «La camicetta di seta è slacciata fino al terzo bottone, e questo ti permette di vedere che Consuela ha due seni prepotenti, bellissimi. Noti subito il solco tra i seni. E vedi che lei lo sa». Dunque, torna l’oggetto parziale di desiderio per eccellenza dei protagonisti rothiani. Ma qui, oltre i seni, è evidente il vero seno, cioè il solco tra di essi. Ed a quel solco, a quello spazio che (abbiamo visto con Nancy) dice meglio di altro della possibilità del desiderio, David Kepesh volgerà ogni sua attenzione per tutta la lunga novella. Occorre indugiare un attimo su questa caratteristica fisica di Consuela così rilevante per David: «I seni più belli che io abbia mai visto, e sono nato, non dimenticarlo, nel 1930: di seni, ormai, ne ho visti un bel po’». La prima volta che faranno l’amore, David non può non dirle: «Ti rendi conto che hai i seni più belli che io abbia mai visto? E come una segretaria precisa ed efficiente che prende un appunto, forse da quella figlia beneducata che era, Consuela rispose: Sì, lo so. Vedo come reagisci alle mie tette». L’annotazione di David è, una volta di più, anatomica; la bellezza della ragazza cubana viene evocata per comparazione con le tante altre tette viste da Kepesh: il professore s’illude di allontanare i sentimenti restando sul piano corporale, dimentico che il corpo è ragione, anzi è la grande ragione, e che è capace di memorizzare la nostra storia non meno della mente.
Ma nel rapporto sessuale non s’incontrano corpi in senso anatomico, ma individui, destini individuali: questa è l’esperienza di cui narra il racconto, di come il piacere a volte non riesca a restare questione privata. Il plot non ammette generalizzazioni: qui si tratta della storia, narrata, di un professore universitario d’inglese dai contorni ben individuati e di una sua giovane studentessa, anch’essa con una propria storia alle spalle ed un incerto futuro davanti. David ha scelto di vivere per il piacere, sfuggendo le emozioni e quelle, particolarmente complicate, che sono i sentimenti. L’intreccio metterà alla prova questa sua testarda e ormai sedimentata convinzione.
Proprio perché stiamo trattando di una storia in particolare, è bene dire di alcuni tratti del contesto che Roth fornisce per ambientarla e capirla. Dunque. L’avventura inizia nel 1992. Ma di David Kepesh il lettore assiduo di Roth sa da prima. Sa dei suoi trascorsi da aspirante professore di desiderio. E apprende, dalla trama di questo romanzo, di abitudini e comportamenti erotici nati in quegli anni di apprendistato, non solo di David, ma per i giovani americani ed occidentali. Sono gli anni  delle Gutter Girls, le Ragazze di Strada guidate – nel campus di David – da una certa Janie Wyatt, autrice di una tesi memorabile per Kepesh dal titolo “Cento modi di essere perversi in biblioteca” , pioniere di un cambiamento sessuale assolutamente spontaneo: se avevi voglia e se lei ne aveva, Janie ti si piazzava davanti «piccola com’era, con le gambe leggermente divaricate, i piedi piantati per terra, una spolverata di lentiggini, corti capelli biondi, niente trucco tranne il rosso vivo del rossetto, e il suo sorrisone aperto e sincero: questo è ciò che sono, questo è ciò che faccio, se non ti piace, pazienza»[1]. Attenzione: quella di Janie era “una cellula del piacere, non una cellula politica”. Solo che di queste cellule ne esistevano a migliaia, dovunque nei campus americani. Ragazze, e ragazzi con loro, che “sapevano dove andare a prendersi il piacere, e sapevano come abbandonarsi al desiderio senza paura”[2]. Gioventù capace di abbandonarsi al desiderio senza paura. E docenti, come David, in grado di accettare il verbo del momento, liberazione, nel suo pieno significato: senza sotterfugi, senza mediazioni e compromessi familiari, senza dover blandire, supplicare, implorare il sesso, seguendo la logica di quella rivoluzione senza divenirne, se possibile, una vittima. Beh, una vittima veramente ci sarebbe, anche in questa storia: per tacere della moglie, di cui David non parla, c’è però Kerry, ora quarantaduenne, suo figlio: un figlio che odia il padre, che –a detta di David – ha scelto di farsi assediare in eterno dalla tragedia della propria infanzia. Anche se “muore dalla voglia di lasciare sua madre, muore dalla voglia di scappare con suo padre, e non riesce a far altro che vomitare tutto quello che ha dentro”[3].


[1]              Philip Roth, L’animale morente, cit. pag. 37.
[2]              Ivi, pag. 43.
[3]              Ivi, pag. 67.



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