Pubblicato da: luciano de fiore | 10 dicembre 2009

George, alias David

Ben Kingsley è David Kepesh in Elegy

Kepesh ha un amico. Un buon amico e collega d’università. Di più, un alter ego. È un poeta di origine irlandese, George O’Hearn, sposato con figli, di quindici anni più giovane di David, la persona che – nell’anno e mezzo della relazione con Consuela – Kepesh ha avuto più vicina, l’unica con la quale si sia confidato. George è a suo modo un gaudente come David. Anzi, è preoccupato della piega che ha assunto la relazione con Consuela, via via più impegnativa per l’amico. Da quale punto di vista? Ma sentimentale, ovviamente, è lì che per questi in apparenza smaliziati, ma fragili professori di desiderio la loro stessa materia si fa insidiosa, il terreno diviene sdrucciolevole, gli appigli meno fermi ed il rischio pressante.
David, infatti, sta sperimentando dall’inizio della relazione un’asimmetria che lo rende vulnerabile e angosciato: l’asimmetria tra il suo desiderio e quello di Consuela, grave al punto da far accadere “qualcosa di molto simile ad un disastro” : «Dalla sera di otto anni fa in cui andammo a letto per la prima volta insieme, non ho mai avuto un momento di pace, questo è il motivo per cui, se ne rendesse conto o no, da allora sono sempre stato incerto e preoccupato […]: fare l’impensabile e, a sessantadue anni, abbandonare volontariamente una splendida ragazza di ventiquattro che centinaia di volte mi diceva: “Ti adoro”, ma che mai,anche senza sincerità, riusciva a persuadersi a sussurrare: “Ti voglio, ti desidero, non posso vivere senza il tuo cazzo”»[1].
David per un anno e mezzo della relazione è roso dal desiderio e dalla gelosia, sentimento sussidiario dell’incertezza che il non-desiderio di lei comporta: «La gelosia. L’incertezza. La paura di perderla, mentre ero ancora sopra di lei. Ossessioni che in tutta la mia svariata esperienza non avevo mai conosciuto. Con Consuela come con nessun’altra, la crisi di fiducia fu quasi istantanea»[2]. Sicuro che la mancanza di desiderio di lei avrebbe lasciato che un altro, un giovane probabilmente, avrebbe preso il suo posto da un momento all’altro: «Come so che un giovanotto me la porterà via? Perché una volta il giovanotto che l’avrebbe fatto sarei stato io»[3].
David è soggiogato dalla potenza del proprio desiderio e dall’asimmetria con quello di lei. Vive una stagione di emozioni e di sentimenti, vive ogni giorno che passa l’attaccamento crescente, la ferita della vecchiaia che gli promette che quella bella giovane donna presto non sarà più con lui. Vive una ferita narcisistica e reagisce come può, da dilettante. Finisce con il pretendere da sé prove di dedizione – il peggio che si possa fare per rassicurarsi: «Poi venne la sera in cui Consuela si tolse l’assorbente e rimase in piedi nel mio bagno, con un ginocchio flesso verso l’altro e, come il san Sebastiano di Mantegna, con un filo di sangue che le rigava le cosce mentre io guardavo. Era emozionante? Ero contento? Ero ipnotizzato? Certo, ma ancora una volta mi sembrava di essere un ragazzo. Avevo deciso di chiederla il massimo, e quando lei senza pudore si prestò, finii per sentirmi ancora intimidito»[4]. L’amante netta quel sottile filo di sangue con la bocca. Un nuovo eccesso che lo indebolisce ulteriormente, un atto di un uomo insaziabile che cerca ancora di fagocitare il corpo dell’altro, dimentico della sua assoluta autonomia.
Non funziona. Non è così che i rapporti crescono. E Consuela decide che è meglio non proseguire. L’innesco è la sua festa di laurea mancata da David, un’occasione sociale fallita, importante per la ragazza che non lo desidera, ma di certo lo onora e apprezza: «Consuela non voleva che la cosa continuasse. Perché? Perché non mi desiderava, non mi ha mai desiderato, perché con me, in realtà, lei faceva degli esperimenti, per vedere quanto potevano essere irresistibili i suoi seni»[5].
George, l’amico e complice di tante avventure erotiche, è molto preoccupato. Ritiene un grave errore che David si sia spogliato del suo realismo, del suo pragmatismo, del suo cinismo, concentrandosi tutto sulla paura di perdere Consuela: «Hai violato la legge della distanza estetica. Con questa ragazza hai sentimentalizzato l’esperienza estetica: l’hai personalizzata, l’hai trasportata nella sfera dei sentimenti, e hai perduto il senso della separazione indispensabile per il tuo godimento». E a quando ed a cosa in particolare risalirebbe l’errore? Proprio a quel giorno in cui David ha visto Consuela sanguinare: «Ma cosa diavolo te l’ha fatto fare? Cosa c’è sotto la commedia di questa ragazza cubana che manda al tappeto uno come te, il professore di desiderio? […] Io non sono contrario perché è poco igienico. Non sono contrario perché è disgustoso. Sono contrario perché questo vuol dire innamorarsi. L’unica ossessione che vogliono tutti: l’ ”amore”. Cosa crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza»[6].
Il riferimento al Simposio (189c-93d) è classico, anche in questi termini, cioè al contrario: eros è quel che ti spezza, non quel che ti unisce. La questione è certo complessa: che rapporto c’è, se c’è, tra desiderio ed amore? Il primo è una vis activa, una forza, un conato; il secondo un sentimento, un affetto – avrebbe detto Spinoza. Siamo al di qua o al di là del bisogno? Nel desiderio si dà una cogenza che fa pensare alla necessità, ma allo stesso tempo una gratuità ed un antieconomicità che va oltre il bisogno. Come dice Lacan, «[il desiderio] è al di là del bisogno, al di là dell’articolazione del bisogno cui il soggetto è condotto dalla necessità di farlo valere per l’Altro, al di là di ogni soddisfacimento del bisogno. Esso [il desiderio] si presenta sotto forma di condizione assoluta, e si produce nel margine tra domanda di soddisfacimento del bisogno e domanda d’amore»[7].
Di più. Proprio nello iato, nel permanere della discrepanza, il soggetto trova la propria salute. Il desiderio resiste, e resiste come desiderio di avere il proprio desiderio. Grazie a lui, il soggetto resta un soggetto diviso, quindi sano: “se non è più un soggetto diviso, è pazzo”[8].
David associa alla cinica osservazione dell’amico una massima (facile) di Conrad (autore molto amato da Roth): chi si forma un legame è perduto. L’attaccamento è il nemico. Della vita bisogna accontentarsi di un assaggio. Staccare, allontanarsi, fuggire: le classiche strategie, piuttosto banali, di chi non vuole farsi prendere dal rapporto d’amore. Lasciare che il desiderio si acquieti: basta poco, e poi, per un momento, non si è più malati di desiderio. Non era Yeats? Sì, certo era l’irlandese, e il suo cuore malato di desiderio, avvinto ad un animale morente.

Amedeo Modigliani, Grande nudo disteso (1919), MoMa

Qui l’animale è lui, il professore: un animale che sta rischiando che la forza delle pulsioni si emancipi in potenza desiderante. Ma animale è anche Consuela. Gli ha inviato una cartolina con un nudo di Modigliani esposto al MoMa di New York (in copertina nell’edizione italiana): «Un nudo rappresentato con gli occhi chiusi, difeso, come Consuela, da nient’altro che dal suo potere erotico, e, come Consuela, elementare ed elegante a un tempo. Un nudo dalla pelle dorata inspiegabilmente assopito sopra un vellutato abisso nero che, nel mio stato d’animo, associavo alla tomba. Linea lunga e ondulata, lei è là distesa che ti aspetta, immobile come la morte»[9].

La cartolina è perturbante. Ogni nudo è straniante, per la vicinanza e la distanza in cui pone noi e la cosa: «La nudità del corpo umano è la sua immagine, cioè il tremito che lo rende conoscibile, ma che resta, in sé, inafferrabile. Di qui il fascino tutto speciale che le immagini esercitano sulla mente umana. E proprio perché l’immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi dalle vesti che la ricoprono,  la nudità non è altro dalla cosa, è la cosa stessa»[10].
Un presagio di quanto accade di lì a poco. A George, cinquantacinquenne, viene un ictus. David è presente, George doveva dare una conferenza e David lo stava introducendo. Quando viene colpito da apoplessia e sprofonda nel coma. George va ogni giorno a trovarlo, prima in ospedale poi a casa. Fin quando un pomeriggio l’amico torna cosciente. David si precipita in ospedale dove trova il collega circondato dai familiari. Lo vede baciare sulla bocca la figlia Betty. «Poi George indicò me. “Ciao, George – dissi. – Ciao, amico. Sono David, George”. E quando gli fui più vicino, lui mi afferrò come aveva afferrato Betty e baciò sulla bocca anche me»[11]. Dopo di che, attira a sé la moglie Kate, la bacia appassionatamente, mentre armeggia con i bottoni della sua camicetta. Stava cercando di spogliarla: «Abbassò la mano e aiutò George a slacciare i bottoni della camicetta. Questa volta, quando si baciarono, la mano buona del malato cercava di afferrare il tessuto del suo grande reggiseno. Ma, bruscamente, questa fu la fine. Le forze lo abbandonarono di colpo, e George non arrivò mai a toccarle i seni ciondolanti». Il desiderio di vita del malato si esprime un’ultima volta, anche sul letto di morte. L’energia sessuale si fa largo nel tentativo di allontanare la morte. L’episodio introduce Kepesh ad un altro incontro con la malattia, di lì a poco, ancora più difficile.


[1]   Philip Roth, L’animale morente, cit., pagg. 18-9.
[2]   Ivi, pag. 21.
[3]   Ivi, pag. 31.
[4]   Ivi, pag. 53.
[5]   Ivi, pag. 68.
[6]   Ivi, pag. 74.
[7]   Jacques Lacan (1988), Il seminario. Libro V, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2004, pag. 452.
[8]    Ivi, pag. 441.
[9]    P. Roth, L’animale morente, cit., pag. 72. Il Grande Nudo disteso (1919) di Amedeo Modigliani è al Museum of Modern Arts di New York.
[10]
   Giorgio Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2009, pag. 119.
[11]
    P. Roth, L’animale morente, cit., pag. 88.


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