Pubblicato da: luciano de fiore | 4 dicembre 2009

La macchia umana, desiderio e ipocrisia

The human stain è il terzo ed ultimo romanzo della serie sulla recente storia sociale americana, inaugurata da Pastorale americana (1997) e proseguita con Ho sposato un comunista (1998). La vicenda è ambientata nel 1998, l’anno in cui il Congresso degli Stati Uniti chiese l’impeachment per il Presidente Clinton – non concesso poi dal Senato. Lo scandalo Bill Clinton – Monica Lewinski, la politically correctness di un Congresso a larga maggioranza repubblicana, costituiscono lo sfondo contro il quale Roth scrive dell’ipocrisia e dell’intolleranza della provincia statunitense. Fu quella “in America, l’estate di un’orgia colossale di bacchettonismo, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo – che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese – subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono a più antica passione collettiva americana, stoicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia”[1]. Ma la macchia umana del titolo non è certo quella conservata dalla stagista su di un certo vestito blu, anche se Roth vi allude. Si può certamente notare che Roth non sembra voler cogliere il legittimo disappunto di milioni di americani che si sono sentiti traditi da Clinton, e non per moralismo, ma per la mancanza di gusto e di savoir faire del Presidente. Non rimproverandogli neppure il tradimento coniugale, ma l’inesperienza, l’insincerità e la mancanza di decoro.
In esergo, il romanzo riporta una citazione dall’Edipo re. Ed in effetti i temi sono quelli di una tragedia classica: c’è un colpevole, c’è una colpa evidente alla Città ed una, più profonda, che la stessa Città ignora. C’è il crimine e la purificazione.
In quest’estate consacrata alla purezza compulsiva, si muove con movenze indimenticabili un grande personaggio, Coleman Silk. Un altro insegnante protagonista di un romanzo rothiano, un professore di lettere classiche ed ex-rettore di un’università minore del New England, lo Athena College[2], la stessa regione abitata un paio di secoli prima da Nathaniel Hawthorne, l’autore della Lettera scarlatta, prima secca denuncia dell’ipocrisia puritana.
A settantun anni, ormai in pensione, si confida ad un amico, Nathan Zuckerman, qui nelle vesti di sparring partner e di voce narrante. Nathan sembrerebbe il narratore ideale, distaccato: solo, prostatectomizzato, ormai fuori dalla mischia sessuale, Zuckerman è divenuto un malinconico poeta del crepuscolo e della sofferenza, e la combinazione di perspicacia e stanca tranquillità lo rende un perfetto narratore.
Coleman racconta di avere una relazione con una donna delle pulizie trentaquattrenne, impiegata al college, Faunia Farley, un fauno al femminile, un’Artemide triste: “qualunque fosse la sua infelicità, la teneva nascosta dietro uno di quei inespressivi volti ossuti che, senza nulla celare, tradiscono un’immensa solitudine”[3]. Dovuta alla perdita dei due figli, soffocati dal fumo di una stufa rovesciata dalla miseria. Ormai, “tolte le ceneri dei figli che tiene in una scatola sotto il letto, Faunia non possiede niente di valore, tranne una Chevrolet dell’83”.

Nicole Kidman è Faunia Farley nel film di Robert Benton (2003)

Faunia «era una donna con le labbra sottili e un naso diritto, due occhi celesti, bei denti ed una mascella prominente, e quel rigonfiamento sotto le sopracciglia era l’unica sua traccia di esotismo, l’unico emblema della seduzione, turgido di desiderio. E spiegava molte cose d’inquietante oscurità nella dura piattezza del suo sguardo»[4].
Il racconto dell’amico spiazza Zuckerman. Nonostante la propria impotenza, il sesso si riappalesa attraverso la memoria di Coleman: «Com’è possibile dire: “No, questo non fa parte della vita”, quando invece ne fa parte in ogni suo momento? L’agente inquinante del sesso, la corruzione liberatrice che de idealizza la specie e ci costringe a pensare eternamente alla materia di cui siamo fatti»[5]. Quello che sembrava destinato a restare un testimone di pietra, sente vibrare tutta la propria carne ferita grazie alla mimesi, assistendo alla messa in scena del desiderio del vecchio amico: «era un po’, immagino, come osservare Aschenbach quando febbrilmente osserva Tadzio (la sua brama sessuale fatta ribollire dall’angosciosa constatazione della propria mortalità)»[6].
Coleman era rimasto solo due anni prima, quando la moglie Iris era morta, proprio nel mezzo della sua battaglia per respingere l’accusa di razzismo che gli era stata mossa. Cosa era successo? Al suo corso quell’anno erano iscritti 14 studenti. Ma alla quinta settimana del semestre due dei 14 non erano ancora mai comparsi a lezione. Ed all’esordio della sesta lezione, aveva chiesto: – Qualcuno conosce queste persone? Esistono o sono degli spettri?

Se non che Coleman usa la parola spook, il cui primo significato è appunto spettro, ma che in gergo ha anche il senso spregiativo di negro, addirittura di sporco negro. Il Preside lo convoca per chiedergli ragione dell’aver apostrofato così i due assenti, e Silk risponde di aver voluto alludere al loro carattere ectoplasmatico, per non essersi mai fatti vedere a lezione. Ahi. I due studenti assenti erano invece dei neri. Ed il Preside accredita l’ipotesi che i vecchio Silk avesse voluto consapevolmente dare dello spook, dello sporco negro, ai due. Coleman si difende: «Ma come facevo a sapere che erano due studenti neri se non avevo mai posato lo sguardo su di loro e, a parte i nomi, non li conoscevo affatto? Quello che sapevo, indiscutibilmente, era che erano invisibili; e la parola per “invisibile”, per un fantasma, è la parola che ho usato io nel suo primo significato: spook, spettro»[7].
Niente da fare: Coleman si becca una prima lettera scarlatta: la R di razzista. Viene sospeso dall’incarico universitario. E la moglie, annichilita dall’assurdità dell’accusa al marito, muore poco dopo.
Nel microcosmo dell’Athena College si riproduce insomma la dialettica ipocrisia-desiderio che in quella calda estate si era riversata dalla Casa Bianca in tutte le case d’America, “quando uomini e donne, svegliandosi al mattino, scoprivano che durante la notte, in un sonno che li aveva trasportati oltre l’invidia e il ribrezzo, avevano sognato la spudoratezza di Bill Clinton”[8]. Un sogno che altro non sarebbe che la rappresentazione di un desiderio, secondo uno schema freudiano di scuola. Che poi, nella veglia, si capovolge e si camuffa al punto che la denegazione del desiderio ed il risentimento inducono alla condanna.
Ma l’accusa di razzismo nei confronti di Coleman Silk è un vero paradosso. Il professore, infatti, si dice ebreo. Apparterrebbe dunque ad una minoranza, osteggiata e perseguitata storicamente. Ma il paradosso dei paradossi è che Silk non è ebreo, si fa passare per ebreo, mentre invece è nero, anche se di pelle bianca. Lui sì è nero, anzi, secondo sua madre è proprio uno spook, uno sporco negro dalla pelle troppo bianca, ma dall’anima negra di schiavo. Coleman frequenta l’università di Howard, per soli neri, sperimenta sulla propria pelle l’ustione della segregazione, quasi rivendicata da suo padre, orgoglioso di essere un nero. Quando il padre muore, a ventisei anni Coleman decide di sfruttare la propria pelle chiara per farsi passare per bianco, la madre lo rigetta dicendogli: “You think like a prisoner. You do, Coleman Brutus. You’re white as snow and you think like a slave”[9]. Per quarant’anni è stato un ebreo e un bianco, mentre era nero. Ha barattato la propria identità originaria, scegliendosene una confacente al proprio bisogno di libertà assoluta: Coleman Silk è l’incarnazione dell’individualista americano, il campione del proprio destino. Ed insieme la vittima. D’altro canto, “Coleman’s whiteness and Jewishness are established by the erasure of his blackness–an identity itself contingent, the being of which is a being-under-erasure”[10].
Questa cancellatura a forza lascia una traccia, una macchia. Lo aveva compreso, non sapendo delle sue origini, la prima ragazza di Coleman, la bionda Steena, quando gli aveva lasciato questi versi, a lui venticinquenne, già una freccia puntata verso la vita: «Ha un corpo. / Un corpo bellissimo: / cosce, polpacci e della schiena il nerbo. / Ed è sveglio e impetuoso. / Ha quattro anni più di me, / ma qualche volta mi sembra più giovane. / È dolce, tranquillo e romantico, / anche se lui dice che romantico non è. / Io sono quasi un rischio per quest’uomo. / Quanto posso dire / di ciò che vedo in lui? / Mi chiedo cosa faccia / dopo avermi inghiottita tutta intera»[11].
Il processo d’identificazione di Coleman Silk ha anse e paludi, conserva zone d’ombra, lascia nascosto un quid enigmatico, il suo essere nero, per cui si rende visibile come la luna, a metà. Coleman è una lacuna. Per questo il suo personaggio è moderno e non ha la statura di un Edipo: manca la catarsi, a vantaggio di un finale al limite del tragicomico.

Philip Roth e Nicole Kidman

Questo è l’antefatto, accaduto due anni prima di quell’estate del ’98. Nel corso della quale Coleman è di nuovo davanti all’amico Nathan: “non il Coleman pre-spettri non ancora calunniato come razzista, ma il Coleman contaminato soltanto dal desiderio”[12].
Un uomo sposato a lungo, che ha avuto figli, un intellettuale, preside di facoltà: una scatola all’interno della quale per decenni è rimasta chiusa una “cosa naturale”, i resti del suo secondo nome, di quel “bruto” che Coleman era a ventisei anni. Un bruto nel senso di soggetto istintivo, non ancora tutto proteso a sublimare le proprie pulsioni. Ora, a settantun anni, Coleman ha aperto la scatola, ritrovandosi coi resti di quella cosa naturale, e la conseguenza è che «è felice, è grato di questo contatto. È più che felice: è eccitato, ed è già legato, profondamente legato a lei, a causa di questa eccitazione. Non è la famiglia, non è la responsabilità, non è il dovere, non è il denaro, non è una filosofia condivisa né l’amore per la letteratura, non solo le profonde discussioni di grandi idee. No, a legarlo a lei è l’eccitazione»[13]. Si tratta di quel sentimento che già Thomas Mann aveva descritto mirabilmente ne La morte a Venezia, «l’ebbrezza dell’ultimo amore, quella che Mann, parlando di Aschenbach, chiama “l’ultima avventura dei sentimenti”», detta anche però “la follia di Aschenbach”, una forza talmente attiva da costringere Coleman a pensare: «questa non è solo la vita, questa è la fine della vita»[14].
Faunia ha corretto Coleman. Lui le aveva detto che tra di loro non era soltanto sesso, ma qualcosa di più. Lei gli aveva risposto secca: «No, non è vero. Hai semplicemente dimenticato cos’è il sesso. Questo è sesso. E basta. Non rovinarlo con la pretesa che sia un’altra cosa». I due, non la coppia, i due separati e uniti sono la versione più semplice possibile di se stessi, l’essenza della singolarità: tutto il dolore si è raggrumato in passione. «Sono sgusciati da sotto tutto ciò che era stato ammassato su di loro. Non c’è niente nella vita che li tenti come questa intimità, niente nella vita che li ecciti come questa intimità, niente nella vita come questa intimità che mitighi l’odio che hanno per la vita. […] Sono il disastro a cui sono chiamati»[15].
Sono sull’orlo dell’abisso che si sono scelti. Ma non rinunciano a ballare. Lui ha settantun anni, ma è disponibile ad innamorarsi come un ragazzino – nota Faunia: «Ti stai innamorando di me, Coleman, e sei troppo, troppo giovane per le donne come me. Io ho bisogno di un uomo molto più vecchio. Forse ho bisogno di un uomo che abbia almeno cent’anni»[16]. Il professore ha messo su una vecchia incisione di The Man I love di Artie Shaw con Roy Eldrige alla tromba. E chiede a Faunia di ballare per lui: «Con la sua tranquilla risata lei dice: – Perché no? In questo sono generosa – e comincia a muoversi, lisciandosi la pelle come fosse un abito gualcito, curando che ogni cosa sia dove dev’essere, tesa, ossuta o arrotondata come dev’essere, un alito di sé, il suggestivo aroma vegetale che mandano le sue dita familiari quando se le passa sul collo e sulle orecchie accaldate e, lentamente, da lì sopra le gote fino alle labbra e ai capelli, ai capelli biondi e striati di grigio inumiditi e sparsi dallo sforzo, capelli con i quali Faunia gioca come se fossero alghe»[17].
Faunia balla e poi ha un altro dialogo con l’anziano amante: «Vogliono impadronirsi di quello che sei, Coleman. Ma il piacere non consiste nel possesso della persona. Il piacere è questo. Avere un’altra contendente con te nella stanza. Oh, io ti vedo Coleman. Potrei donarti per tutta la vita e continuare ad averti. Solo ballando. Non è vero? Sbaglio? Ti piace, Coleman?
– Che fortuna, – dice lui, guardando, guardando. – Che incredibile fortuna. La vita me lo doveva.
– Veramente?
– Non esiste un’altra donna come te. Elena di Troia.
– Elena di Nessuno e di nessun posto»[18].
Faunia ha ragione. Nessuno conosce davvero l’altro. Lo stesso Silk ha vissuto una vita a spiazzare gli altri, denegando la propria più intima identità di fronte a chiunque. Ma le nostre azioni lasciano un’impronta, autentica. È questa la macchia umana. Faunia ne parla a proposito del suo corvo, Prince, raccattato e rimesso in condizioni di volare. Ma appena lasciata la casa degli uomini, «sono arrivate altre tre o quattro cornacchie. L’anno circondato. E parevano impazzite. Lo tormentavano. Lo beccavano sul dorso […] Non lo vogliono, là fuori. Alla fine è venuto da me. L’avrebbero ucciso […] Ha passato tutta la vita con gente come noi, e questo è il risultato. La macchia umana, – disse, ma senza ripugnanza, né disprezzo, né disapprovazione. E senza tristezza. È così […] Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui […]. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno»[19].
In un mondo in cui ci si tratta per il ruolo che si ricopre, a Coleman la comunità accademica non rimprovera solo, paradossalmente, un atteggiamento razzista nei confronti degli studenti di colore, ma anche la relazione con Faunia. I due amanti sono invisi quindi alla comunità e ad alcuni suoi membri in particolare.  Parte la seconda lettera scarlatta per Colemann: la A di approfittatore.
Non devono fare i conti soltanto con il perbenismo e l’ipocrisia dell’ambiente. Hanno anche due nemici personali, impastati di astio e gelosia. Si tratta dell’ex marito di Faunia, lo psicopatico Les Farley e di Delphine Roux, la bella e chic direttrice del dipartimento di linguaggio e letteratura, mossa da un mix di gelosia e simpatie femministe. Laureata con una tesi su “George Bataille e la negazione di sé”. Capace di passare ore in biblioteca leggendo un libro di Julia Kristeva, “il più bel trattato sulla malinconia che sia stato scritto”[20], riuscendo a spizzarsi nel frattempo un bel quarantenne che – oh, la coincidenza – sta leggendo di fronte a lei un libro di Philip Sollers, il marito della Kristeva. E che mentre fa tutto ciò, sente crescere il desiderio di rivalsa, e l’odio verso un uomo – Coleman Silk – che non la prende sul serio, che non prende sul serio la sua prospettiva femminista su Euripide, che irride la narratologia, il diegetico, la differenza tra diegesi e mimesi, l’esperienza parentetica, per il semplice fatto che: vive, e ama una donna molto più giovane di lui, che potrebbe avere la sua stessa età.
Tuttavia, Delphine è sola. E cerca. Cerca un uomo per sé, in tutto simile a Coleman Silk. Al punto da voler metter un annuncio sulla “New York Revue of Books”. Ma l’errore, l’inganno, la deception impastata col lapsus, è in agguato. Ed invece che alla rivista, invia l’annuncio per e-mail ai dieci membri del corpo insegnante del suo Dipartimento. Disastro. Vergogna. Incubo. Dal quale viene strappata dalla notizia che Coleman è morto. In un incidente stradale e con lui Faunia. Delphine architetta una cosa orribile. Accusa Silk di aver forzato il suo studio, aperto il suo computer e inviato l’e-mail ai membri del Dipartimento allo scopo di oltraggiarla. Non solo. Sparge la voce che i cadaveri siano stati ritrovati nell’auto cappottata nel fiume in posture sconvenienti: Coleman con la patta dei calzoni aperta, Faunia incastrata sotto il cruscotto, come se stesse praticando una fellatio all’amante nel momento dell’incidente.
Coleman non può più difendersi, ucciso da Les Farley, l’ex marito pazzo di Faunia che aveva provocato l’uscita di strada e la morte. L’ipocrisia trionfa, insieme all’errore e all’inganno. Alla fine del romanzo, Nathan Zuckerman ed Herb Keble, un collega di Coleman pentito di non essergli rimasto affianco, diranno la verità. Davanti alla bara del collega, l’imponente Herbert Keble ha il coraggio di dire: «Qui, in questo New England che, storicamente, più s’identifica con la resistenza dell’individualista americano alle coercizioni di un’ipercritica comunità (vengono in mente Hawthorne, Melville e Thoreau), un individualista americano che non metteva le regole davanti a tutto il resto, un individualista americano che non esitava a criticare le ortodossie del consueto e della verità istituita, un individualista americano che non è sempre vissuto conformemente agli standard di decoro e di gusto adottati dalla maggioranza, un individualista americano par excellence è stato ancora una volta così aspramente calunniato da amici e vicini da sentirsi costretto a vivere lontano da loro fino alla morte, privato della propria autorità morale dalla loro stupidità morale. Sì, siamo noi la comunità ipercritica e moralmente stupida, che ci siamo degradati per aver offuscato così vergognosamente il buon nome di Coleman Silk»[21].

Nel film di Benton, Nathan Zuckerman ha un ultimo dialogo con Les Farley sul lago gelato

Ecco ricostituita l’integrità morale di un vero individualista americano. Ecco la verità. Anche se “la verità che ci riguarda è infinita”[22]. Se il professore di desiderio, il giovane Nathan Zuckerman, aveva appreso quanto pervasivo e insistente sia il desiderio, quanto il suo riproporsi sia in qualche misura anche scatenato dalle pulsioni e dalle loro sublimazioni, nella Macchia umana, Coleman Brutus Silk è protagonista di una vita vissuta in punta di desiderio, agita sulla base di scelte tutte personali, radicali, il più delle volte sconvenienti se non rapportate alla radicalità del desiderio.
Ha dovuto patire un “Tu quoque Brute filii mi” dalla propria madre, dopo aver provato a liberarsi del padre e del proprio passato. Salvo imparare da un corvo e da una Faunia qualunque che la macchia con cui alteriamo i contesti ce la portiamo dentro e non c’è modo di farla sparire. Non c’è modo di non lasciar traccia, non c’è modo di farla sparire cancellandola, perché è umana, generica, appartenente cioè al nostro genere, e ci connota in quanto appartenenti a questa specie.
Attraverso una vita non brevissima che lo ha visto pugile, studente nero nel campus dei neri, studente bianco nell’università dei bianchi, e poi marito, padre, professore e preside, vedovo, amante e infine vittima dell’ipocrisia e della malvagità degli altri, Coleman Silk ha sperimentato tutta la forza imperativa del desiderio, di quel drive che lo ha guidato in tutte le sue scelte.
E Zuckerman? Cosa ne è del testimone del desiderio? L’amico impotente ha vissuto di riflesso la dimensione desiderante, mimeticamente, attraverso le gesta dell’amico. Poi, hegelianamente, da vero Saggio, ha ricapitolato il senso della storia, prima che il ghiaccio ricoprisse del tutto il lago della memoria.


[1]   Philip Roth (2000), La macchia umana, traduzione italiana di Vincenzo Manovani, Einaudi, Torino 2001, pag. 4.
[2]
   Interessante l’esordio del corso introduttivo alla letteratura greca tenuto da Coleman: “Sapete come inizia la letteratura europea? – chiedeva, dopo aver fatto l’appello all’inizio della prima lezione. – Con una lite. Tutta la letteratura europea nasce da un diverbio”, ivi, pag. . Il professor Silk sapeva bene quindi quanto fossero radicati e tenaci i sentimenti timotici (ira, rancore, amor proprio) al centro della scena della sua storia e del romanzo.
[3] ivi, pag. 3.
[4] Ivi, pag. 55.
[5] Ivi, pag. 42.
[6] Ivi, pag. 56.
[7] Ivi, pag. 93.
[8] Ivi, pag. 5.
[9] Ivi, pag. 154.
[10] Dean Franco Jr., “Being Black, Being Jewish, and Knowing the Difference: Philip Roth’s The Human Stain; Or, It Depends on What the Meaning of ‘Clinton’ Is,” Studies in American Jewish Literature 23 (2004): 91. Special Issue ed. Derek Parker Royal.
[11] Philip Roth, La macchia umana, cit., pag. 123.
[12] Philip Roth, La macchia umana, cit., pag. 24.
[13] Ivi, pagg. 36-7.
[14] Ivi, pag. 69.
[15] Ivi, pag. 220.
[16] Ivi, pag. 249.
[17] Ivi, pag. 244.
[18] Ivi, pag. 251.
[19] Ivi, pag. 261.
[20] Con ogni probabilità, Sole nero: depressione e malinconia, edito in italiano da Feltrinelli nell’89.
[21] Ivi, pag. 334.
[22] Ivi, pag. 339.


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