<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"
		>
<channel>
	<title>Commenti per Desiderio e filosofia</title>
	<atom:link href="http://desiderioefilosofia.com/comments/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://desiderioefilosofia.com</link>
	<description>Il desiderio al di là di ogni domanda</description>
	<lastBuildDate>Wed, 31 Aug 2011 16:25:13 +0000</lastBuildDate>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.com/</generator>
	<item>
		<title>Commenti su Sintesi di Arnade</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/10/30/sintesi/#comment-245</link>
		<dc:creator><![CDATA[Arnade]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 16:25:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=90#comment-245</guid>
		<description><![CDATA[Io non ho capito il collegamento tra il finale di &quot;Ho sposato un comunista&quot; ed il desiderio, più specificatamente tra le stelle, la loro distanza dalla terra ed il desiderio umano. Perchè io credevo che il concetto che intendesse Roth fosse diverso: delle costellazioni che così lontane da noi, considerate come il punto di arrivo di fine vita, dove tutte le lotte venute qui, sulla terra, fossero alla fine terminate.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Io non ho capito il collegamento tra il finale di &#8220;Ho sposato un comunista&#8221; ed il desiderio, più specificatamente tra le stelle, la loro distanza dalla terra ed il desiderio umano. Perchè io credevo che il concetto che intendesse Roth fosse diverso: delle costellazioni che così lontane da noi, considerate come il punto di arrivo di fine vita, dove tutte le lotte venute qui, sulla terra, fossero alla fine terminate.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Aprile è il più crudele dei mesi di michela</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2011/04/01/aprile-e-il-piu-crudele-dei-mesi/#comment-187</link>
		<dc:creator><![CDATA[michela]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2011 17:01:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=493#comment-187</guid>
		<description><![CDATA[ciao luciano, sono michela. credo ci conosceremo in occasione della settimana del buon vivere di cesena. e se, tra memoria e desiderio, ci mettessimo il design? :)
blog spettacolare]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ciao luciano, sono michela. credo ci conosceremo in occasione della settimana del buon vivere di cesena. e se, tra memoria e desiderio, ci mettessimo il design? <img src='http://s0.wp.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /><br />
blog spettacolare</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Il desiderio per i Greci di Desiderare, ancora &#171; Desiderio e filosofia</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/10/24/il-desiderio-per-i-greci/#comment-157</link>
		<dc:creator><![CDATA[Desiderare, ancora &#171; Desiderio e filosofia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 22:44:33 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=78#comment-157</guid>
		<description><![CDATA[[...] comprende al tempo stesso l’appetito (epithumia), l’impulso (thymos), la volontà (boulesis)» [Sull’anima, 414b2]. Aristotele apre dunque la strada ad una considerazione del desiderio come potenza ed essenza [...]]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] comprende al tempo stesso l’appetito (epithumia), l’impulso (thymos), la volontà (boulesis)» [Sull’anima, 414b2]. Aristotele apre dunque la strada ad una considerazione del desiderio come potenza ed essenza [...]</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Desideri e bisogni di Margherita Laterza</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/10/16/desideri-e-bisogni/#comment-75</link>
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Laterza]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 17:29:30 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=65#comment-75</guid>
		<description><![CDATA[Qualche anno fa mi sono interessata al pensiero africano per come si è sitematizzato negli anni successivi all&#039;apartheid. Quello che piu&#039; mi ha colpito è un concetto fondamentale nella riscoperta della cultura africana: l&#039;&quot;ubuntu&quot;. Questa parola ha vari significati tra i quali: &quot;io sono perchè noi siamo&quot; ,&quot;cio&#039; che è mio è tuo&quot;. Il tratto quasi paradossale per noi della cultura africana, consiste nella realizzazione dell&#039;individuo solo e tanto piu&#039; questo è parte integrante e attiva della sua comunità, come elemento co-essenziale. L&#039;idea, e dunque il desiderio, di distinguers dai propri vicini e di spiccare rispetto a questi, è inesistente nella tradizione africana. Il desiderio sotteso universale, mi sembra dunque, piu&#039; che necessariamente quello di distinguersi e di &quot;migliorare&quot; il  proprio status, quello di &quot;realizzare&quot; il proprio status, ovvero di tendere alla realizzazione di una corrispondenza tra la propria vita e l&#039;idea che si ha di sè stessi. Questa stessa idea a sua volta sorge da una commistione di caratteri personali ed influenze esterne che formano l&#039;individuo fin dalla nascita.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche anno fa mi sono interessata al pensiero africano per come si è sitematizzato negli anni successivi all&#8217;apartheid. Quello che piu&#8217; mi ha colpito è un concetto fondamentale nella riscoperta della cultura africana: l&#8217;&#8221;ubuntu&#8221;. Questa parola ha vari significati tra i quali: &#8220;io sono perchè noi siamo&#8221; ,&#8221;cio&#8217; che è mio è tuo&#8221;. Il tratto quasi paradossale per noi della cultura africana, consiste nella realizzazione dell&#8217;individuo solo e tanto piu&#8217; questo è parte integrante e attiva della sua comunità, come elemento co-essenziale. L&#8217;idea, e dunque il desiderio, di distinguers dai propri vicini e di spiccare rispetto a questi, è inesistente nella tradizione africana. Il desiderio sotteso universale, mi sembra dunque, piu&#8217; che necessariamente quello di distinguersi e di &#8220;migliorare&#8221; il  proprio status, quello di &#8220;realizzare&#8221; il proprio status, ovvero di tendere alla realizzazione di una corrispondenza tra la propria vita e l&#8217;idea che si ha di sè stessi. Questa stessa idea a sua volta sorge da una commistione di caratteri personali ed influenze esterne che formano l&#8217;individuo fin dalla nascita.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Sul desiderio cristiano di GiorgioAstone</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/10/16/sul-desiderio-cristiano/#comment-74</link>
		<dc:creator><![CDATA[GiorgioAstone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 20:44:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=68#comment-74</guid>
		<description><![CDATA[Vorrei sottolineare la differenza abissale e atroce, in tutta la carica che questi due aggettivi possono attribuire alla differenza stessa, che può sussistere fra quel tipo di desiderio di &quot;annullamento&quot; delle lettere paoline e quello di &quot;annichilimento&quot; che emerge ai nostri tempi e che, in una analisi di stampo sociale, approda quasi sempre negli ultimi anni ai giovani e alle tendenze artificiali del regno delle droghe o al suicidio. 
Il &quot;cupio dissolvi&quot; che porta alla divinità è quasi sempre accomunato al suicidio come distacco ultimo e totale dell&#039;individuo dalla dimensione sensoriale e terrena del percepire, una ricerca iniziata dagli stoici e fantasticata da molti nel corso dei secoli dell&#039;abbandono dei sensi. In realtà mi sembrerebbe opportuno approfondire la realtà di un tale messaggio nella religione, in quanto mi sembra di rintracciare nei testi sacri monoteistici appartenenti alle religioni &quot;dei tre anelli&quot; e nei testi letterari e non che hanno approfondito il tema (per esempio, la Divina Commedia), il sussistere di una Nuova Percezione, un nuovo modo di percepire, una beatitudine piena e sovrabbondante, celestiale ed eterea, ma che sempre si lega ad un valore di ricettività dell&#039;anima postuma. In secondo piano, ritengo che il raggiungimento stesso di una realtà pre-divina connoti il &quot;viaggio&quot; in maniera particolare, sui generis. 
Inoltre il suicidio, per come lo può percepire una persona disperata o come rivelano alcuni soggetti analizzati da psicologi e psicoanalisti sotto i 25anni nell&#039;attualità (nelle analisi, anche se liberissimamente riportate, per esempio di Galimberti), il desiderio di morte e di morire dei giorni nostri in generale, ha raggiunto, attraverso l&#039;annichilimento e la cultura dell&#039;annichilimento, portata avanti per quasi più di un secolo da movimenti culturali come il decadentismo, una maggiore brama di &quot;black out&quot;. Camus diceva che il problema filosofico per eccellenza è il problema del suicidio: tuttavia, il desiderio di morire adesso viene coltivato da età molto più tenere di quelle di una volta e la riflessione sul morire, attraverso media e libri, fa apparire abbastanza ... &quot;lineare&quot; quella di stampo religioso, patristica o classica, a mio parere (vedi le condanne delle Chiesa al suicidio)]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei sottolineare la differenza abissale e atroce, in tutta la carica che questi due aggettivi possono attribuire alla differenza stessa, che può sussistere fra quel tipo di desiderio di &#8220;annullamento&#8221; delle lettere paoline e quello di &#8220;annichilimento&#8221; che emerge ai nostri tempi e che, in una analisi di stampo sociale, approda quasi sempre negli ultimi anni ai giovani e alle tendenze artificiali del regno delle droghe o al suicidio.<br />
Il &#8220;cupio dissolvi&#8221; che porta alla divinità è quasi sempre accomunato al suicidio come distacco ultimo e totale dell&#8217;individuo dalla dimensione sensoriale e terrena del percepire, una ricerca iniziata dagli stoici e fantasticata da molti nel corso dei secoli dell&#8217;abbandono dei sensi. In realtà mi sembrerebbe opportuno approfondire la realtà di un tale messaggio nella religione, in quanto mi sembra di rintracciare nei testi sacri monoteistici appartenenti alle religioni &#8220;dei tre anelli&#8221; e nei testi letterari e non che hanno approfondito il tema (per esempio, la Divina Commedia), il sussistere di una Nuova Percezione, un nuovo modo di percepire, una beatitudine piena e sovrabbondante, celestiale ed eterea, ma che sempre si lega ad un valore di ricettività dell&#8217;anima postuma. In secondo piano, ritengo che il raggiungimento stesso di una realtà pre-divina connoti il &#8220;viaggio&#8221; in maniera particolare, sui generis.<br />
Inoltre il suicidio, per come lo può percepire una persona disperata o come rivelano alcuni soggetti analizzati da psicologi e psicoanalisti sotto i 25anni nell&#8217;attualità (nelle analisi, anche se liberissimamente riportate, per esempio di Galimberti), il desiderio di morte e di morire dei giorni nostri in generale, ha raggiunto, attraverso l&#8217;annichilimento e la cultura dell&#8217;annichilimento, portata avanti per quasi più di un secolo da movimenti culturali come il decadentismo, una maggiore brama di &#8220;black out&#8221;. Camus diceva che il problema filosofico per eccellenza è il problema del suicidio: tuttavia, il desiderio di morire adesso viene coltivato da età molto più tenere di quelle di una volta e la riflessione sul morire, attraverso media e libri, fa apparire abbastanza &#8230; &#8220;lineare&#8221; quella di stampo religioso, patristica o classica, a mio parere (vedi le condanne delle Chiesa al suicidio)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Desiderare alla fine della Storia, 2 (Antonio Lucci) di Antonio Lucci</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/11/13/il-desiderio-alla-fine-della-storia-2-di-antonio-lucci/#comment-73</link>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Lucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 11:55:33 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=139#comment-73</guid>
		<description><![CDATA[Sperando di fare cosa gradita cercherò di formulare una soluzione al problema avanzato da Tiziano Cancelli. La questione è pregnante. Chiama in causa una categoria che, a torto, nel mio intervento, ho poco sottolineato: quella di Saggio.
Già Hegel, quando scrive la &lt;em&gt;Fenomenologia&lt;/em&gt;, si esprime con un emblematico &quot;per noi&quot;, quando indica il suo punto di vista. Punto di vista che però non è solamente il suo (di Hegel) ma è quello della Filosofia. La Filosofia, alla fine dello svolgersi della Storia, guarda retrospettivamente il percorso fenomenologico (l&#039;esperienza della coscienza), e lo fa attraverso gli occhi del filosofo.
Fino a qui Hegel.
Per Kojève il discorso è molto simile. In un mondo in cui si va verso l&#039;American way of life (ossia la ri-animalizzazione del senso), senza però dimenticare la &quot;via giapponese&quot; alla post-storia, la filosofia smette di avere significato. Resta la Saggezza, il sapere dispiegato. Non più amore di sapere (filo-sofia) ma saggezza (sofia). E i saggi, detentori del sapere onnicomprensivo: Kojève si annovera tra di essi. Il tutto, come sempre, ironicamente; non bisogna dimenticare infatti che Kojève smetterà di insegnare dopo il corso su Hegel dedicandosi a compiti da burocrate, e definendosi un &quot;filosofo della domenica&quot;, che scriveva nel week-end, perchè durante la settimana era occupato  a gestire lo stato post-storico.
Dunque un Kojève saggio, non più filosofo, &quot;con misura&quot; però (ossia con ironia), per dirla con Thomas Mann.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sperando di fare cosa gradita cercherò di formulare una soluzione al problema avanzato da Tiziano Cancelli. La questione è pregnante. Chiama in causa una categoria che, a torto, nel mio intervento, ho poco sottolineato: quella di Saggio.<br />
Già Hegel, quando scrive la <em>Fenomenologia</em>, si esprime con un emblematico &#8220;per noi&#8221;, quando indica il suo punto di vista. Punto di vista che però non è solamente il suo (di Hegel) ma è quello della Filosofia. La Filosofia, alla fine dello svolgersi della Storia, guarda retrospettivamente il percorso fenomenologico (l&#8217;esperienza della coscienza), e lo fa attraverso gli occhi del filosofo.<br />
Fino a qui Hegel.<br />
Per Kojève il discorso è molto simile. In un mondo in cui si va verso l&#8217;American way of life (ossia la ri-animalizzazione del senso), senza però dimenticare la &#8220;via giapponese&#8221; alla post-storia, la filosofia smette di avere significato. Resta la Saggezza, il sapere dispiegato. Non più amore di sapere (filo-sofia) ma saggezza (sofia). E i saggi, detentori del sapere onnicomprensivo: Kojève si annovera tra di essi. Il tutto, come sempre, ironicamente; non bisogna dimenticare infatti che Kojève smetterà di insegnare dopo il corso su Hegel dedicandosi a compiti da burocrate, e definendosi un &#8220;filosofo della domenica&#8221;, che scriveva nel week-end, perchè durante la settimana era occupato  a gestire lo stato post-storico.<br />
Dunque un Kojève saggio, non più filosofo, &#8220;con misura&#8221; però (ossia con ironia), per dirla con Thomas Mann.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Il treno dei desideri di Damiano Garofalo</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/10/10/52/#comment-72</link>
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Garofalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 11:15:01 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=52#comment-72</guid>
		<description><![CDATA[&quot;Non riesco a star da nessuna parte.
La mia patria è dove non mi trovo [...]
Ah, magari ci fosse una nave per portarmi
ove si appagano tutti i desideri. &quot;
F.Pessoa

Interessante la sottile (ma non troppo) differenza tra il treno dei desideri di Conte e la nave dei desideri di Pessoa.
Il treno va sui binari e quindi è un mezzo di trasporto che ha già una direzione prestabilita. La nave, invece, è un mezzo di trasporto “anarchico”, che non si può davvero controllare nella sua totalità e che va dove lo porta il mare e il vento, nonostante ci sia un timoniere più o meno preparato.
Il treno davanti a sé vede il binario, la nave vede l’orizzonte.
Il treno, inoltre, ha i vagoni. E’ quindi un mezzo di trasporto “concatenato”, proprio come i desideri che sono concatenati, attaccati gli uni agli altri (come appunto i vagoni di un treno).
Sul treno salgono e scendono i passeggeri ad ogni stazione, cosa che non succede sulla nave.
Ciò che invece viene trasportato dalla nave è “nascosto” nella stiva e potrà essere scoperto soltanto all&#039;arrivo.
Il treno (o il tram che si chiama desiderio di Kazan) è quindi una macchina desiderante, impersonale, dove i desideri dei passeggeri si alternano e comunicano, si incatenano e viaggiano individualmente, ma collettivamente, seguendo dei binari prestabiliti.
La nave, invece, è una macchina che tende verso il desiderio, verso la scoperta di ciò che c’è, appunto, sotto coperta, in navigazione costante verso l’orizzonte…
Ha quindi più senso parlare di treno dei desideri o di nave dei desideri?
Il treno dei desideri, forse, contiene desideri, mentre la nave dei desideri naviga verso il desiderio?]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Non riesco a star da nessuna parte.<br />
La mia patria è dove non mi trovo [...]<br />
Ah, magari ci fosse una nave per portarmi<br />
ove si appagano tutti i desideri. &#8221;<br />
F.Pessoa</p>
<p>Interessante la sottile (ma non troppo) differenza tra il treno dei desideri di Conte e la nave dei desideri di Pessoa.<br />
Il treno va sui binari e quindi è un mezzo di trasporto che ha già una direzione prestabilita. La nave, invece, è un mezzo di trasporto “anarchico”, che non si può davvero controllare nella sua totalità e che va dove lo porta il mare e il vento, nonostante ci sia un timoniere più o meno preparato.<br />
Il treno davanti a sé vede il binario, la nave vede l’orizzonte.<br />
Il treno, inoltre, ha i vagoni. E’ quindi un mezzo di trasporto “concatenato”, proprio come i desideri che sono concatenati, attaccati gli uni agli altri (come appunto i vagoni di un treno).<br />
Sul treno salgono e scendono i passeggeri ad ogni stazione, cosa che non succede sulla nave.<br />
Ciò che invece viene trasportato dalla nave è “nascosto” nella stiva e potrà essere scoperto soltanto all&#8217;arrivo.<br />
Il treno (o il tram che si chiama desiderio di Kazan) è quindi una macchina desiderante, impersonale, dove i desideri dei passeggeri si alternano e comunicano, si incatenano e viaggiano individualmente, ma collettivamente, seguendo dei binari prestabiliti.<br />
La nave, invece, è una macchina che tende verso il desiderio, verso la scoperta di ciò che c’è, appunto, sotto coperta, in navigazione costante verso l’orizzonte…<br />
Ha quindi più senso parlare di treno dei desideri o di nave dei desideri?<br />
Il treno dei desideri, forse, contiene desideri, mentre la nave dei desideri naviga verso il desiderio?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Desiderare alla fine della Storia, 2 (Antonio Lucci) di Matteo Sarlo</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/11/13/il-desiderio-alla-fine-della-storia-2-di-antonio-lucci/#comment-71</link>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Sarlo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 11:59:12 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=139#comment-71</guid>
		<description><![CDATA[Ringrazio Antonio Lucci per il chiarimento riguardo il possibile slittamento da Napoleone a Stalin già toccato da Kojeve - del quale sono venuto a conoscenza solamente, poi, al ricevimento col professore - e per gli ulteriori spunti di riflessione. 
E&#039; vero: il cortocircuito trascendentale-empirico rimane.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio Antonio Lucci per il chiarimento riguardo il possibile slittamento da Napoleone a Stalin già toccato da Kojeve &#8211; del quale sono venuto a conoscenza solamente, poi, al ricevimento col professore &#8211; e per gli ulteriori spunti di riflessione.<br />
E&#8217; vero: il cortocircuito trascendentale-empirico rimane.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Desiderio, corpo, sesso di Eleonora Pizzi</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/11/19/desiderio-corpo-sesso/#comment-70</link>
		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 00:01:54 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=179#comment-70</guid>
		<description><![CDATA[Rivedendo tempo fa “L&#039;homme qui aimait les femmes” di François Truffaut (1977), ho notato alcuni spunti e parallelismi che credo pertinenti con le riflessioni che ci siamo posti. Bertrand, il protagonista, è un anacoreta dell’erotismo, per lui “le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”. Sembra che per lui il sesso sia soltanto un supplemento tattile della contemplazione. Non c’è monotonia nei suoi successi galanti, infatti egli ha uno stile. Infaticabile ma selettivo, non inganna sulle intenzioni, si congeda tempestivamente, subisce le sconfitte senza scomporsi, rivela con umorismo il suo lato infantile, in lui colpisce soprattutto l’aria sempre tesa, febbrile, quasi mistica, come di chi è segretamente guidato da una vocazione.
Il suo è un desiderio impossibile, la donna che lo amò parlò così al suo funerale &quot;Bertrand ha inseguito una impossibile felicità nella vastità, nella moltitudine. Perché abbiamo bisogno di trovare in tante persone ciò che la nostra educazione pretende di farci trovare in una sola”.
Il protagonista del film sublima le sue avventure nella pagina scritta, l’altro io. Nel libro che scrive si annida un segreto, di cui lui stesso non è consapevole. Se ne accorgerà quando il libro è in fase di stampa, perché qualcuno farà in modo che se ne accorga. E Bertand dirà a se stesso: &quot;Mi rendo conto soltanto adesso che il libro è stato scritto per una donna ben precisa, che non viene neppure nominata.&quot; 
Come in “Cet obscur objet du désire” di Louis Bunuel, qui c’è ancora il “desiderio di desiderio”, come scrisse anche Kojève interpretando Hegel:  “il Desiderio che si dirige verso un oggetto
naturale è umano soltanto nella misura in cui è “mediato” dal Desiderio di un altro che si dirige
sullo stesso oggetto: è umano desiderare ciò che gli altri desiderano, perché lo desiderano. […] La
storia umana è la storia dei Desideri desiderati”. Dunque è  inevitabile: le persone nascono per desiderare, è nella loro natura, non possono farne a meno. E’ come se non riuscissimo ad accontentarci di ciò che abbiamo, è come se, una volta raggiunto un traguardo, quella vittoria non avesse il sapore che ci saremmo aspettati e torniamo a desiderare dell’altro. Ma cosa cerchiamo? Cosa desideriamo? Credo che se trovassimo la risposta saremmo tutti meno felici.

Due famose scene di “L’homme qui amait les femmes: http://www.youtube.com/watch?v=ybC88JZMfzg
http://www.youtube.com/watch?v=_CJ_pbTpx84&amp;NR=1]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Rivedendo tempo fa “L&#8217;homme qui aimait les femmes” di François Truffaut (1977), ho notato alcuni spunti e parallelismi che credo pertinenti con le riflessioni che ci siamo posti. Bertrand, il protagonista, è un anacoreta dell’erotismo, per lui “le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”. Sembra che per lui il sesso sia soltanto un supplemento tattile della contemplazione. Non c’è monotonia nei suoi successi galanti, infatti egli ha uno stile. Infaticabile ma selettivo, non inganna sulle intenzioni, si congeda tempestivamente, subisce le sconfitte senza scomporsi, rivela con umorismo il suo lato infantile, in lui colpisce soprattutto l’aria sempre tesa, febbrile, quasi mistica, come di chi è segretamente guidato da una vocazione.<br />
Il suo è un desiderio impossibile, la donna che lo amò parlò così al suo funerale &#8220;Bertrand ha inseguito una impossibile felicità nella vastità, nella moltitudine. Perché abbiamo bisogno di trovare in tante persone ciò che la nostra educazione pretende di farci trovare in una sola”.<br />
Il protagonista del film sublima le sue avventure nella pagina scritta, l’altro io. Nel libro che scrive si annida un segreto, di cui lui stesso non è consapevole. Se ne accorgerà quando il libro è in fase di stampa, perché qualcuno farà in modo che se ne accorga. E Bertand dirà a se stesso: &#8220;Mi rendo conto soltanto adesso che il libro è stato scritto per una donna ben precisa, che non viene neppure nominata.&#8221;<br />
Come in “Cet obscur objet du désire” di Louis Bunuel, qui c’è ancora il “desiderio di desiderio”, come scrisse anche Kojève interpretando Hegel:  “il Desiderio che si dirige verso un oggetto<br />
naturale è umano soltanto nella misura in cui è “mediato” dal Desiderio di un altro che si dirige<br />
sullo stesso oggetto: è umano desiderare ciò che gli altri desiderano, perché lo desiderano. […] La<br />
storia umana è la storia dei Desideri desiderati”. Dunque è  inevitabile: le persone nascono per desiderare, è nella loro natura, non possono farne a meno. E’ come se non riuscissimo ad accontentarci di ciò che abbiamo, è come se, una volta raggiunto un traguardo, quella vittoria non avesse il sapore che ci saremmo aspettati e torniamo a desiderare dell’altro. Ma cosa cerchiamo? Cosa desideriamo? Credo che se trovassimo la risposta saremmo tutti meno felici.</p>
<p>Due famose scene di “L’homme qui amait les femmes: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ybC88JZMfzg" rel="nofollow">http://www.youtube.com/watch?v=ybC88JZMfzg</a><br />
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://desiderioefilosofia.com/2009/11/19/desiderio-corpo-sesso/"><img src="http://img.youtube.com/vi/_CJ_pbTpx84/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Desiderio dell&#8217;Altro di Eleonora Pizzi</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/11/05/desiderio-dellaltro/#comment-69</link>
		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 23:57:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://desiderioefilosofia.com/?p=126#comment-69</guid>
		<description><![CDATA[Premetto di essere una studentessa di francesistica, questo è il mio primo commento in quanto mi è servito del tempo per ambientarmi e approfondire la conoscenza di determinati argomenti.
&quot;Je est un autre&quot;, scrisse Rimbaud all’amico Paul Demeny, &quot;j’assiste à l’éclosion de ma pensée: je la regarde..je l’écoute&quot;. La formula non è contraddittoria solo perché accosta il polo d’identità del soggetto con il suo contrario, con l’indefinito, lo straniero: d’ora in avanti l’io non è più responsabile delle sue azioni.
La realtà è un’ altra. Traspare il bisogno di far emergere l’ignoto che si cela dietro l’apparenza. 
Questa affermazione, come disse Edoardo Sanguineti, “designa la capacità di non sentirsi proprietari del proprio io. Il modello borghese di soggetto è un modello fondato sulla proprietà privata: questa cosa è mia, io sono mio.” Ed è proprio nello stato borghese che la spinta distruttivo-costruttiva del desiderio ha luogo, come Bataille arriverà a teorizzare intrecciando lo Hegel kojèviano al “suo” Nietzsche. E’ infatti Nietzsche che nella &quot;Gaia Scienza&quot; (aforisma 307) afferma “tu sei sempre stato un altro”, esiste una forza particolare che spinge a formulare un volere, volere che in seguito si realizza attraverso delle reazioni multiple che sfuggono all’intelletto nella loro diversità.
Il soggetto vero non è dunque l&#039;Io empirico. Altri poteri subentrano al suo posto, poteri dal basso, di carattere personale, ma di una violenza che costringe. E solo essi infatti sono l&#039;organo appropriato per l’ intuizione dell&#039; &quot;Ignoto&quot; per Rimbaud.
Quando Rimbaud dice in &quot;Parade&quot;: &quot;Io solo possiedo la chiave di questa parata selvaggia&quot;,  egli definisce il poeta-profeta come l&#039;uomo che parla dell&#039;Eterno, di Dio presente in tutte le sue creature.  Egli vede lo spettacolo invisibile (la parata) che si svolge dietro quello reale.  Dietro i gesti dei giovani attori,  egli vede le pericolose potenzialità dei loro fini. Vede i cosiddetti “fantasmi” bataillani delle popolazioni barbare. 
Anche nei dialoghi di “lui e lei” in “Exit ghost”, Roth, o meglio Nathan Zuckerman si fa altro, e scrive una commedia mista di desiderio e tentazione, di sofferenza, i cui personaggi sono più veri e vividi di quanto non lo siano nella realtà, “feci l’opposto, perché i miei pensieri affondavano non in ciò che ero ma in ciò che non ero”. I personaggi rothiani non sono mai soli, sono l’impossibiltà del narciso assoluto, quando si specchiano vedono mille personalità nel loro riflesso. Quello che resta a tutti alla fine è sempre la stessa cosa, il desiderio. “Non mi restavano altro che gli istinti: sentire il bisogno, desiderare ardentemente, avere”. E quando sentono di averlo perso, automaticamente crollano, arrivano a dubitare di loro stessi in ogni minima parte, restando così “derubati” di una vita che hanno appena cominciato a conoscere quanto basta per volerne un’altra, derubati da loro stessi, “a causa di un terribile meccanismo che mi porta a combattere e combattere –a combattere fino a distruggerlo- ciò che prima pensavo di desiderare di più”( ne &quot;Il professore di desiderio&quot;). 
Studioso di giorno e dissoluto di notte, l’io e &quot;l’autre&quot; rothiani non troveranno mai pace, “solo un intermezzo”, solo il &quot;non&quot; vissuto.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Premetto di essere una studentessa di francesistica, questo è il mio primo commento in quanto mi è servito del tempo per ambientarmi e approfondire la conoscenza di determinati argomenti.<br />
&#8220;Je est un autre&#8221;, scrisse Rimbaud all’amico Paul Demeny, &#8220;j’assiste à l’éclosion de ma pensée: je la regarde..je l’écoute&#8221;. La formula non è contraddittoria solo perché accosta il polo d’identità del soggetto con il suo contrario, con l’indefinito, lo straniero: d’ora in avanti l’io non è più responsabile delle sue azioni.<br />
La realtà è un’ altra. Traspare il bisogno di far emergere l’ignoto che si cela dietro l’apparenza.<br />
Questa affermazione, come disse Edoardo Sanguineti, “designa la capacità di non sentirsi proprietari del proprio io. Il modello borghese di soggetto è un modello fondato sulla proprietà privata: questa cosa è mia, io sono mio.” Ed è proprio nello stato borghese che la spinta distruttivo-costruttiva del desiderio ha luogo, come Bataille arriverà a teorizzare intrecciando lo Hegel kojèviano al “suo” Nietzsche. E’ infatti Nietzsche che nella &#8220;Gaia Scienza&#8221; (aforisma 307) afferma “tu sei sempre stato un altro”, esiste una forza particolare che spinge a formulare un volere, volere che in seguito si realizza attraverso delle reazioni multiple che sfuggono all’intelletto nella loro diversità.<br />
Il soggetto vero non è dunque l&#8217;Io empirico. Altri poteri subentrano al suo posto, poteri dal basso, di carattere personale, ma di una violenza che costringe. E solo essi infatti sono l&#8217;organo appropriato per l’ intuizione dell&#8217; &#8220;Ignoto&#8221; per Rimbaud.<br />
Quando Rimbaud dice in &#8220;Parade&#8221;: &#8220;Io solo possiedo la chiave di questa parata selvaggia&#8221;,  egli definisce il poeta-profeta come l&#8217;uomo che parla dell&#8217;Eterno, di Dio presente in tutte le sue creature.  Egli vede lo spettacolo invisibile (la parata) che si svolge dietro quello reale.  Dietro i gesti dei giovani attori,  egli vede le pericolose potenzialità dei loro fini. Vede i cosiddetti “fantasmi” bataillani delle popolazioni barbare.<br />
Anche nei dialoghi di “lui e lei” in “Exit ghost”, Roth, o meglio Nathan Zuckerman si fa altro, e scrive una commedia mista di desiderio e tentazione, di sofferenza, i cui personaggi sono più veri e vividi di quanto non lo siano nella realtà, “feci l’opposto, perché i miei pensieri affondavano non in ciò che ero ma in ciò che non ero”. I personaggi rothiani non sono mai soli, sono l’impossibiltà del narciso assoluto, quando si specchiano vedono mille personalità nel loro riflesso. Quello che resta a tutti alla fine è sempre la stessa cosa, il desiderio. “Non mi restavano altro che gli istinti: sentire il bisogno, desiderare ardentemente, avere”. E quando sentono di averlo perso, automaticamente crollano, arrivano a dubitare di loro stessi in ogni minima parte, restando così “derubati” di una vita che hanno appena cominciato a conoscere quanto basta per volerne un’altra, derubati da loro stessi, “a causa di un terribile meccanismo che mi porta a combattere e combattere –a combattere fino a distruggerlo- ciò che prima pensavo di desiderare di più”( ne &#8220;Il professore di desiderio&#8221;).<br />
Studioso di giorno e dissoluto di notte, l’io e &#8220;l’autre&#8221; rothiani non troveranno mai pace, “solo un intermezzo”, solo il &#8220;non&#8221; vissuto.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>

