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	<title>Commenti a: Fruste</title>
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	<description>Il desiderio al di là di ogni domanda</description>
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		<title>Di: Elena Battista</title>
		<link>http://desiderioefilosofia.com/2009/10/01/fruste/#comment-3</link>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 14:23:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Due riflessioni riguardo alla proposta di matrimonio che Nietzsche si dice abbia fatto a Lou Salomè.
Nietzsche ha fatto un progetto, vuol veder raggiunto un “risultato”, fissare il suo rapporto con lei e dargli un nuovo nome. Tutto ciò - pur essendo un desiderio - si differenzia di gran lunga dal desiderio in sé, il quale implica un raggiungimento mai totale del suo oggetto-non oggetto.
Se s’interrompe la tensione che ci lancia e slancia verso qualcosa o qualcuno, infatti, vuol dire o che il desiderio è stato in qualche modo soddisfatto oppure che è risultato irrealizzabile. In entrambi i casi, comunque, sorgerà istantaneamente un altro desiderio, sia pure soltanto il desiderio di non soffrire più per un sogno infranto.
Altra questione: Nietzsche non ha pre-visto (o voluto pre-vedere) il rifiuto di Lou, ma ha inteso piegare la realtà seguendo il disegno allucinatorio del suo desiderio che ha visto altro. In realtà, però, neanche Lou aveva compreso (o voluto comprendere) che Friedrich aveva una visione del “noi” differente dalla sua.
Erano entrambi attori di una realtà che stavano vivendo in prima persona, dunque impossibili testimoni della stessa: questa realtà solo in seguito si potrà testimoniare, uscirà allo scoperto forse per la prima volta nella lettera che Nietzsche scrive al fratello dell’amico Paul Rée.
Rabbia e sconforto sembrano scagliarsi contro i seni della frustante e frustrante Lou: ancora e forse per sempre sarà impossibile per Friedrich detestare l’intera persona amata, proprio perché è stata amata. Questa rabbia e sconforto che ravviso essere in realtà l’amara (ri)presa di coscienza da parte di Nietzsche di come non fosse affatto “sideralmente plagiata” la sua idea di Lou. Sta scoprendo che forse era un ideale, sta scoprendo forse la luce idealistica in cui lui la presentò a sé stesso.
“Siamo stati spinti…” dice Nietzsche, ma lo dice appena la incontra, prima ancora di un qualunque qualcosa. Ciò non significa forse che aveva già attribuito all’oscuro oggetto-non oggetto del suo desiderio proprio quella luce idealistica di cui parlerà nella lettera ad Ida Overbeck? Visto che di luce si parla, può darsi che questo non faccia parte di una logica allucinatoria del desiderio: magari è soltanto allucinazione e basta, senza alcuna logica.
Nietzsche non riesce a dire: “Ci siamo incontrati per puro caso”. Lui (come tanti innamorati?) sembra avere una qualche necessità di dire: “Ci siamo incontrati perché era destino”.
Quell’ -era- , ausiliare che è d’ausilio, aggiunge un Terzo alla loro relazione: un Terzo che dapprima egli benedice, che in seguito maledirà, che sarà d’aiuto appunto per non dover maledire sé stesso.
Cadere dalle stelle (viene in mente anche l’imperativo “scendi dalle nuvole!”) significa, invece, prendere contatto con il Qui reale del mondo e farlo soprattutto mediante un desiderio, de-siderando di cadere Qui, “passando dal sapere al fare o almeno al patire” - dice Volli.
Patire cosa? Ecco, patire una propria scelta che non è più destino, comprendere che davvero non ci sarà un cielo da maledire, che merito e colpa saranno da ricondursi solo al soggetto.
Dal punto di vista teologico, ancora, questa caduta dagli astri è allontanamento da Dio e caduta nel peccato. Ancora, di quale peccato si tratta? Proprio quello che “scavalca” la divinità ed anche il divino progetto, vale a dire il diventare artefici del proprio destino, farlo da sé, scegliere.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Due riflessioni riguardo alla proposta di matrimonio che Nietzsche si dice abbia fatto a Lou Salomè.<br />
Nietzsche ha fatto un progetto, vuol veder raggiunto un “risultato”, fissare il suo rapporto con lei e dargli un nuovo nome. Tutto ciò &#8211; pur essendo un desiderio &#8211; si differenzia di gran lunga dal desiderio in sé, il quale implica un raggiungimento mai totale del suo oggetto-non oggetto.<br />
Se s’interrompe la tensione che ci lancia e slancia verso qualcosa o qualcuno, infatti, vuol dire o che il desiderio è stato in qualche modo soddisfatto oppure che è risultato irrealizzabile. In entrambi i casi, comunque, sorgerà istantaneamente un altro desiderio, sia pure soltanto il desiderio di non soffrire più per un sogno infranto.<br />
Altra questione: Nietzsche non ha pre-visto (o voluto pre-vedere) il rifiuto di Lou, ma ha inteso piegare la realtà seguendo il disegno allucinatorio del suo desiderio che ha visto altro. In realtà, però, neanche Lou aveva compreso (o voluto comprendere) che Friedrich aveva una visione del “noi” differente dalla sua.<br />
Erano entrambi attori di una realtà che stavano vivendo in prima persona, dunque impossibili testimoni della stessa: questa realtà solo in seguito si potrà testimoniare, uscirà allo scoperto forse per la prima volta nella lettera che Nietzsche scrive al fratello dell’amico Paul Rée.<br />
Rabbia e sconforto sembrano scagliarsi contro i seni della frustante e frustrante Lou: ancora e forse per sempre sarà impossibile per Friedrich detestare l’intera persona amata, proprio perché è stata amata. Questa rabbia e sconforto che ravviso essere in realtà l’amara (ri)presa di coscienza da parte di Nietzsche di come non fosse affatto “sideralmente plagiata” la sua idea di Lou. Sta scoprendo che forse era un ideale, sta scoprendo forse la luce idealistica in cui lui la presentò a sé stesso.<br />
“Siamo stati spinti…” dice Nietzsche, ma lo dice appena la incontra, prima ancora di un qualunque qualcosa. Ciò non significa forse che aveva già attribuito all’oscuro oggetto-non oggetto del suo desiderio proprio quella luce idealistica di cui parlerà nella lettera ad Ida Overbeck? Visto che di luce si parla, può darsi che questo non faccia parte di una logica allucinatoria del desiderio: magari è soltanto allucinazione e basta, senza alcuna logica.<br />
Nietzsche non riesce a dire: “Ci siamo incontrati per puro caso”. Lui (come tanti innamorati?) sembra avere una qualche necessità di dire: “Ci siamo incontrati perché era destino”.<br />
Quell’ -era- , ausiliare che è d’ausilio, aggiunge un Terzo alla loro relazione: un Terzo che dapprima egli benedice, che in seguito maledirà, che sarà d’aiuto appunto per non dover maledire sé stesso.<br />
Cadere dalle stelle (viene in mente anche l’imperativo “scendi dalle nuvole!”) significa, invece, prendere contatto con il Qui reale del mondo e farlo soprattutto mediante un desiderio, de-siderando di cadere Qui, “passando dal sapere al fare o almeno al patire” &#8211; dice Volli.<br />
Patire cosa? Ecco, patire una propria scelta che non è più destino, comprendere che davvero non ci sarà un cielo da maledire, che merito e colpa saranno da ricondursi solo al soggetto.<br />
Dal punto di vista teologico, ancora, questa caduta dagli astri è allontanamento da Dio e caduta nel peccato. Ancora, di quale peccato si tratta? Proprio quello che “scavalca” la divinità ed anche il divino progetto, vale a dire il diventare artefici del proprio destino, farlo da sé, scegliere.</p>
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